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VIVERE L'AREA PROTETTA


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Il poggio di Corviano si trova nei pressi del torrente Martelluzzo. Qui sono state rinvenute tracce di insediamenti riconducibili alle epoche preistorica, etrusco-romana fino ad arrivare a quella medievale. Scelto appositamente per la posizione che consentiva un'ottima difesa, nel XIII° secolo vi venne edificato un castello di struttura romanica, le cui mura sono in parte ancora visibili nonostante la fitta boscaglia che le ricopre.

Nella zona sottostante la costruzione medievale sono riconoscibili resti di mura etrusche in peperino, incorporate nella cinta difensiva, mentre una seconda cinta muraria e un vallo precedono il castello. Sul terreno si notano fondi di capanne, resti di due edifici quadrilateri, vasche e tombe a fossa.

Lungo il crinale che volge sul torrente vi sono numerose case ipogee che risalgono all'età del bronzo. Sono scavate nella roccia tufacea e si affacciano sullo strapiombo roccioso, vi si accede per mezzo di piccole scalinate o di brevi piani inclinati. Questi vani si compongono di due o tre stanze abbastanza ampie e sono illuminate da grandi aperture ricavate all'esterno della parete vulcanica.

Tra il castello e queste case, sono state rinvenute tombe a fossa coperte da lastroni di peperino, disposte in ordine sparso. Si tratta di tombe antropomorfe, la roccia è sagomata a forma umana, utilizzate per l'inumazione, rito funebre che prevedeva la sepoltura del defunto sotto terra ( in humus ). Si tratta di una caratteristica della zona, ce ne sono delle altre anche nella Selva di Malano, a S. Cecilia e nel territorio del comune di Vitorchiano.

Sono visibili, inoltre, i resti di due piccole chiese di cui una è dedicata alla Vergine, come risulta da una lapide ritrovata in fase di scavo. Sono entrambe a navata unica con un pilastro centrale atto a sostenere la mensa dell'altare.

Vi sono anche esempi di pestarole, incavature rettangolari o quadrate scavate nel peperino, costituite da due vasche poste a livelli differenti e comunicanti tra loro. Usate per la pigiatura dell'uva e la raccolta del mosto, sono una testimonianza del fatto che la vite veniva coltivata anche nelle zone più profonde e nascoste della valle, e con una tecnica del tutto particolare. Si piantava la vite su un masso di peperino facendo salire i tralci su di esso, sostenuti con dei bastoni, e sempre rivolti a mezzogiorno affinché il calore del sole e il riverbero della roccia si proiettassero direttamente sui grappoli facendoli maturare.

 

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