• 1
  • info@lungolagocapodimonte.it

    Dialetto Capodimontano Viterbese della provincia di viterbo nell'alta tuscia laziale del lazio





    Dialetto della provincia di Viterbo



    Come è avvenuto in tante altre città italiane, anche Viterbo vanta nel sec. XX una ricca tradizione locale di poeti in dialetto, dei quali Enrico Canevari (Viterbo 1861- 1947) è da considerarsi il più noto rappresentante. Appartenente ad una famiglia di estrazione borghese, dopo aver frequentato l’Accademia delle Belle Arti di Roma, nel 1891 fu nominato insegnante nella Scuola professionale, diventandone direttore allorché questa fu trasformata in Scuola di Arti e mestieri fino al 1929, anno del suo pensionamento. Fu animatore della vita artistica e culturale dell’epoca, alternando all’insegnamento, un’attività varia e multiforme: fu artista, scrittore teatrale, direttore della filodrammatica S. Rosa, attore egli stesso e scenografo, poeta in vernacolo, interprete della società viterbese, tradizionalista e conservatrice.

    I suoi componimenti più riusciti prendono ad argomento leggende “storiche” locali, episodi biblici, personaggi tipici della sua città. Non a caso la sua raccolta, composta negli anni Trenta del secolo scorso, trae il titolo dalla giovane gentildonna Galiana, che incarna il mito di una municipalità consapevole e sdegnosa1. Non poteva mancare l’omaggio alla santa patrona, anch’essa viterbese, cioè alla giovane eroina santa Rosa, figura caratterizzata da una ferma volontà e da una religiosità intensa, fatta di dedizione e di rinunce. Ben impiantati risultano anche alcuni bozzetti teatrali, che furono portati sulla scena con buon successo di pubblico. In sintesi si può dire che la sua esperienza poetica rappresenti l’esempio più evidente di quel tipo di letteratura dialettale che il Croce definì “riflessa”, cioè derivante dall’ottica borghese, che porta l’autore a scegliere a portavoce dei suoi componimenti umoristici la figura arguta e tipizzata del “villano”, Meco Torso, dialettofono seminalfabeta, nel solco di un genere letterario di ascendenza medievale.

    Ben diverso risulta il profilo di Emilio Maggini (Viterbo 1900-1986), agricoltore, viterbese di Pianoscarano, il quartiere più popolare della città (con circa 1.200 ab.). Piccolo possidente, con un modesto grado di istruzione (era in possesso del titolo di istruzione elementare), per tutta la vita coltivò la piccola proprietà paterna, dalla quale con solerte fatica seppe ricavare i mezzi di sostentamento per la sua non esigua famiglia, vivendo in condizione di certo non agiata, ma dignitosa. Una volta pensionato, poté dedicarsi con continuità all’esercizio della poesia, affermandosi come capofila del gruppo di poeti raccolti nel sodalizio di Tuscia dialettale, accanto a Edilio Mecarini, Ezio Urbani ed altri ancora.

    Come poeta fu autodidatta, alieno da imitazioni pedisseque, estraneo a riecheg- giamenti di scuola. In una recente antologia è stato definito il “poeta viterbese per eccellenza”, non tanto perché è stato capace di trovare una sua tonalità contenuta, intrisa di sapida ironia, e una malinconica vena evocativa, ma quanto perché è riuscito ad elevare la parlata natia ad un buon livello di espressività, senza rifarsi ai modelli dominanti del romanesco o lasciarsi condizionare da quelli, antichi e moderni, della poesia in lingua. Egli affinò via via il suo stile, imprimendo ai versi una cadenza pacata, fino ad acquisire, attraverso l’assiduo esercizio, decoro espressivo e dignità formale, senza cedere alle artificiosità, rifuggendo da sovraccarichi esornativi.

    Nella sua poesia è possibile cogliere una naïveté spontanea, senza forzature, una sensibilità ritmica, che si traduce in delicata musicalità; d’altro canto, era per lui abituale in ogni situazione l’impiego idiomatico della parlata materna, che fluiva dalle sue labbra senza bisogno di pescare con fatica formulazioni adatte dal fondo della memoria.

    Maggini deve la sua notorietà ad una produzione che, pur non essendo copiosa - comprende tre raccolte di poesie e tre volumetti in prosa - si impone per un carattere etico-religioso sentito, non superficiale, che appare legato più che ai riti ai valori, pervaso di una umanità profonda. Non condizionato da correnti, mode o modelli, il suo percorso artistico appare delineato a cominciare dalle prime prove fino a raggiungere forme più mature. Non bisogna dimenticare, accanto alla sua attività di poeta, l’impegno nel “sociale”: per ventitre anni fu ininterrottamente membro del consiglio di amministrazione della Cassa rurale ed artigiana di Viterbo, subentrando nel 1958 insieme con un gruppo dirigente rinnovato, per fronteggiare un momento critico che l’Istituto di credito stava attraversando, e vi rimase fino al 1982, stimato per l’attaccamento, lo scrupolo, l’equilibrio e la rettitudine morale, quando decise, per motivi di salute, di dimettersi per cedere ad altri il posto di amministratore.

    Procedendo in maniera sommaria all’esame contenutistico, cioè alla individuazione dei principali temi ispiratori, possiamo rintracciare un primo filone nelle poesie di occasione, composte per festeggiare anniversari nell’ambito familiare o nella cerchia di amici, oppure per celebrare ricorrenze pubbliche. Esempi indicativi di questa sezione sono dati dal componimento “Per il Cinquantesimo della Cassa rurale e artigiana”, che egli declamò durante la cerimonia di celebrazione dell’evento; o anche dalla dedica “A sua maestà Gustavo VI Adolfo di Svezia”, con la quale apre una raccolta e che ebbe il plauso del monarca, archeologo e cittadino onorario di Viterbo. Per Maggini, che non amava perdersi in parole inutili, la poesia assumeva anche una funzione strumentale: ad essa egli assegnava il compito di comunicare con efficacia una riflessione o un sentimento, di esprimere i suoi pensieri in circostanze particolari, come quelle anzidette.

    Non mancano, anzi sono numerosi, i componimenti nei quali sono rievocati con delicatezza e liricità, sul filo della memoria, episodi autobiografici che si rifanno alla prima infanzia, con i suoi giochi e il suo repertorio di filastrocche, e ripercorrono via via momenti salienti delle esperienze individuali, dalla spensieratezza degli anni giovanili, con l’innamoramento e le serenate, a quelli della maturità responsabile, segnati dalla fatica del lavoro assiduo della terra, nel trascorrere ciclico delle stagioni. Oltre che provetto agricoltore, era un attento osservatore dei fenomeni naturali: grazie alla sua perizia, fornì informazioni preziose nel corso di un’indagine etnolinguistica svolta a partire dai primi anni Settanta del secolo scorso sulla terminologia della viticoltura. Il suo vasto ed approfondito patrimonio di conoscenze tecniche sui cicli ergologici – in particolare di canapicoltura e orticoltura - era frutto dell’esperienza diretta e personale, non appresa sui libri, ma accumulata grazie al lavoro quotidiano di decenni. Il suo amore per la terra affiorava nel corso di ripetute conversazioni, ogni volta che riteneva utile approfondire un argomento con passione e competenza. Inoltre, da questa visione complessiva del reale il suo animo sensibile era capace di trarre spunti didascalici e suggestioni per le sue poesie, di percepire e riesprimere le sensazioni della natura e il senso misterioso della vita. Il lettore contemporaneo è fatto così partecipe del ritmo del- l’esistenza di generazioni passate, in cui alla fatica quotidiana e ai momenti di serenità si alternano inevitabilmente le lacerazioni dei lutti familiari e i traumi provocati dalla guerra distruttrice. Nei suoi libri troviamo rispecchiata naturalmente la sua mentalità contadina, forse un po’ chiusa, aliena dal consumismo, attenta ad evitare lo spreco inutile: appaiono sottolineati più volte i valori legati alla saggia gestione delle risorse, la sobrietà, l’oculatezza, la parsimonia, la virtù del risparmio.

    Grazie a questa semplicità e a questa aderenza, anche linguistica, alla concreta realtà, che egli seppe riproporre filtrata dalla sua pregnante umanità, ottenne un meritato successo di ascolto nelle letture pubbliche delle sue poesie effettuate in varie occasioni (nelle scuole, nelle sedi delle associazioni culturali, nelle radio locali ecc.). Insomma, è comprensibile che Maggini venga generalmente riconosciuto come il portavoce, attraverso i suoi scritti, dell’autentica tradizione locale, uno dei maggiori interpreti dell’anima viterbese.

    Non meno interessante risulta la produzione in prosa, larga parte della quale offre un ampio affresco ambientale del quartiere popolare di Pianoscarano come si presentava nel primo Novecento, grazie alla rappresentazione realistica di scene della vita quotidiana, alla caratterizzazione empatica degli umili abitanti. Dallo spazio angusto dei vicoli medievali, costellati di laboriose botteghe artigiane, risonanti di voci e di richiami, la vista si allarga allo spazio sociale della piazza: attraverso le porte civiche, esce per le cave etrusche sulla profondità della campagna.

    In agili bozzetti viene presentato al lettore un caleidoscopio di tipi umani semplici e di personalità originali, dalla battuta pronta e arguta, protagonisti di avventure picaresche, di burle sapide, di giochi di destrezza, di sfide ed epiche gare potatorie, di episodi fissati nella memoria collettiva fino ad assumere una valenza quasi di emblema. Così, accanto ad umili operai, dediti ai mestieri tradizionali più svariati - come funai, canapicoltori, conciatori di pelli - fanno la loro apparizione raccoglitori di erbe spontanee, venditori ambulanti e rigattieri, osti e muratori, ciabattini e sarti, guaritrici e mendicanti, negozianti e sensali, frati questuanti e ladruncoli, guardie comunali e nobili decaduti. In questa esistenza intessuta di lunghe giornate di lavoro, interrotta soltanto dalla pausa domenicale, risaltano le grandi festività religiose celebrate spesso con processioni, fiere di merci e bestiame, merende in campagna. Notevole spazio è fatto alla descrizione puntuale di usanze trascorse: l’albero della cuccagna, la scampanata, le infiorate, le serenate, la festa di mezza estate; cui viene ad aggiungersi il carnevale d’un tempo, con maschere spontanee, satire e balli in piazza, manifestazione collettiva non ancora commercializzata. Né mancano, all’interno dei componimenti, interessanti allusioni a credenze, fino a tempi recenti diffuse tra la popolazione, concernenti esseri fantastici, anime dei trapassati, licantropi, streghe, malocchio. Un posto di rilievo è riservato allo spettacolare trasporto della macchina di santa Rosa, momento corale della vita cittadina, di cui viene enfatizzato il ruolo di simbolo identitario, mentre, sul ritmo della ballata, utilizzando l’immagine della campana maggiore del palazzo comunale, sono sintetizzati momenti drammatici della vita cittadina nel corso del secolo XX17.
    Senza voler approfondire ancora, mettiamo in evidenza lo scoperto intento didascalico e sociale manifestato con il proposito di trasmettere il patrimonio ereditario di valori e operare da trait d’union ideale con le giovani generazioni in una continuità storica e culturale, senza soluzioni di continuità. Altro dato non secondario appare la consapevolezza di salvaguardare il dialetto stesso in un periodo di veloci trasformazioni. Così nella “premessa” a una sua raccolta, Maggini ribadisce in maniera esplicita questa sua opzione programmatica di scongiurare una perdita irreparabile:

    Avrei voluto riprodurre i suoni della parlata tradizionale viterbese, senza frammi- schiarvi elementi del romanesco sempre più invadente (troppo spesso composizioni contrabbandate per viterbesi non sono altro che un ridicolo guazzabuglio di forme ibride). Ho tenuto soprattutto a riprodurre le forme grammaticali in uso a Viterbo quando ancora la città non aveva perduto la sua fisionomia dialettale per effetto degli sconvolgimenti sociali e culturali derivati dalle traversie belliche e civili della prima metà del secolo. Mi sono sforzato di rispettare una certa coerenza nell’uso delle forme, quindi.

    La dichiarata fedeltà al modello dialettale avviene anche a costo di compromettere la stessa riuscita poetica, se ancora dichiara:

    Mi sono sforzato di esprimermi con i suoni della mia parlata nativa, anche a rischio di compromettere la limpidezza del verso e la sua eleganza ritmica. D’accordo,questa nostra parlata sembra poco adatta per raffigurazioni gentili, per astrazioni e ra- gionamenti elevati; ma basta per dire l’essenziale della nostra esperienza umana. Modificarla e violentarla non è leale e preferisco rispettarla come ce l’hanno tramandata i padri”.

    Dunque, la scelta linguistica operata non mira a conferire alle composizioni una superficiale patina paesana e ad esprimere una compiaciuta scelta formale, dettata da motivi campanilistici. Più seriamente, il dialetto viene considerato dall’autore veicolo privilegiato insostituibile per trasmettere con efficacia ai membri della comunità, in un’ottica moderatamente conservatrice ma non retriva, i princìpi portanti di un’esistenza dedita al lavoro, alimentata da un profondo senso religioso e morale, in cui i rapporti sociali sono ispirati a sentimenti di rispetto reciproco, solidarietà e tolleranza, corroborati dal senso della dignità e dell’onore.

    Scrivendo del dialetto usato in opere letterarie contemporanee, Nicola De Blasi afferma che “si può insomma trattare un testo come una fonte di informazioni utili, che il dialettologo o lo storico dei dialetti saprà mettere a frutto”. Non esitiamo ad affermare che, in questo senso, Maggini rappresenta una fonte insostituibile per la conoscenza e lo studio della varietà linguistica, utilizzata dai ceti popolari almeno fino alla metà del XX secolo, nella forma che appare ancora sostanzialmente immune da vistosi influssi a distanza del romanesco moderno.

    Occorre precisare che preziosi apporti in tal senso ci vengono non solo dagli scritti, ma anche dalle registrazioni magnetofoniche effettuate su vari argomenti. Per questo motivo ci è parso opportuno dare spazio nel volume, in larga parte dedicato al lessico dialettale, anche ad una serie di documenti etnolinguistici e foklorici inediti, sempre comunicatici da Maggini, notevoli per la loro significatività, a cominciare da quattro testi narrativi composti intorno agli anni Ottanta del secolo scorso. Il primo è la traduzione in dialetto di una novella del Boccaccio, la nona della prima giornata del Decamerone. Il testo che riproduciamo costituisce inoltre un utile termine di confronto con una precedente traduzione viterbese, effettuata per corrispondenza un secolo prima, che assieme a quelle di altri quattro centri della nostra provincia, compare nella raccolta pubblicata da Giovanni Papanti, allo scopo di riunire campioni autentici dell’uso orale, in base ai quali procedere ad una prima analisi comparativa dei dialetti italiani, anche se per la sua brevità e per lo stile la novelletta boccaccesca non era certo il testo più adatto.

    Seguono altri due testi, più estesi ed articolati questi: innanzi tutto la versione in dialetto della Parabola del figliol prodigo (dove, per aggiungere maggior drammaticità alla narrazione, egli arricchisce di toni realistici il dialogo del padre con il figlio maggiore) e inoltre quella dell’episodio della samaritana. Tuttavia, nel nostro caso, Emilio Maggini, non si limita a tradurre, come troppo spesso avviene in occasioni analoghe, i testi evangelici pedissequamente alla lettera, quasi in meccanica traslitterazione, ma si sforza di riesprimere in veste idiomatica lo spirito della vicenda, adottando senza forzature il tono popolare, dando prova di notevole sensibilità metalinguistica. Liberandosi dalla suggestione esercitata dal modello prestigioso, conferisce alla narrazione un andamento naturale tramite il ricorso a particolari realistici, arricchendo il dialogo di espressioni tipiche, interiezioni, cliché, locuzioni fisse. L’ultimo testo della sezione, composto sullo schema della tenzone medievale, di cui rimane eco nelle gare dei poeti improvvisatori, l’acqua e il vino personificati si esprimono con la voce bonaria e saggia di due popolani che, argomentando in contrasto, ne esaltano le rispettive virtù.

    A seguire, presentiamo poi una serie di brevi documenti orali, forniti in maniera spontanea da Maggini nel corso delle conversazioni. Pur avendo inserito le voci in essi contenute nel vocabolario sotto i rispettivi lemmi, abbiamo ritenuto opportuno presentarli in una sezione a sé per blocchi omogenei, in quanto utilizzabili per altri tipi di ricerche (demoiatria, farmacopea, etnobotanica, e così via). Questi etnotesti liberi, spesso di tono autobiografico, in genere di limitata estensione, sono stati da noi suddivisi, per comodità del lettore, in tre sottogruppi secondo l’argomento. Lungi dal rappresentare mere curiosità, forniscono preziose informazioni sul modo di vivere e di pensare: in altri termini, esprimono aspetti significativi della cultura (in senso antropologogico) individuale di Maggini e, per suo tramite, di quella della comunità di appartenenza.

    Nella società preindustriale di matrice agropastorale, nella quale vigeva, oltre alla mancanza di servizi, un atteggiamento di diffidenza verso la scienza medica ufficiale, assumeva notevole valore la medicina popolare. Erano le mammane ad assistere le gestanti durante il parto; le guaritrici o i santoni, in possesso di un patrimonio di rimedi, praticavano semplici interventi, usavano preparati naturali (pozioni, polveri, decotti, eluttuari, sciroppi). Si trattava di una conoscenza empirica, intrisa di magia, che deve essere messa in rapporto alla situazione, oltre che socio-economica, sanitaria del quartiere e dei ceti popolari in genere. I tipi di intervento riguardavano innanzi tutto malori, affezioni leggere e temporanee, ma potevano essere applicati anche a forme morbose più gravi come infiammazioni, otite, porri, lussazioni, odontalgia, infezioni, ferite, itterizia, reumatismo, polmonite, dolor di ventre, raffreddore, rachitismo, orecchioni, bronchite, ecc. Oltre alle erbe medicinali, compaiono utilizzate anche altre sostanze come ragnatele, orina, pidocchi.

    A loro volta, credenze e superstizioni occupano nella tradizione locale un campo vastissimo, spesso descritto rapsodicamente da dilettanti, che meriterebbe invece l’attenzione dell’antropologo storico. Troviamo citate le streghe (con un’interessante riserva sulla loro reale esistenza), accanto ad esseri fantastici e spiriti dei trapassati; né mancano riferimenti ad altri temi che in progresso di tempo sono caduti in disuso: dalla modalità seguita nella imposizione di nomi di battesimo, alle previsioni meteorologiche, che assumevano una rilevanza particolare per i pastori e gli agricoltori, dato che svolgevano gran parte dei loro lavori in aperta campagna; alle cautele da adottare durante la gestazione e la gravidanza, fase critica nella vita di una donna, stante l’elevata mortalità infantile e la numerosità dei casi di decesso per puerperio.

    Sotto la rubrica ‘Usanze e consuetudini’ è stata raggruppata una eterogeneità di testi, che riguardano “le opere e i giorni”. Appare evidenziato il rilievo economico rappresentato, soprattutto nella alimentazione dei ceti più poveri, dalla raccolta di erbe spontanee eduli accanto a bacche, funghi ecc., dieta che veniva integrata con la consumazione di rane, granchi, gamberi e pesci catturati con la pesca di frodo nei ruscelli, nonché di uccelli e piccoli animali che venivano presi con trappole e lacci. Si aggiunge poi un inventario di altri fenomeni: dalla religiosità popolare e dalle feste, un tempo molto più frequenti nel corso dell’anno, pause benvenute, che interrompevano la fatica del lavoro (ad es. calendimaggio, ferragosto, ottobrata), ai punti nodali del ciclo della vita umana (nascite, matrimoni, morti), ai giochi infantili praticati nelle strade rionali, ai contratti agricoli che regolavano i rapporti di lavoro. Troviamo cenni agli scongiuri, anche per allontanare gli insetti parassiti che minacciavano la vigna o le coltivazioni in genere (tentativi di stornare le forze negative); alle scampanate di dileggio ai vedovi che convolavano a nuove nozze, usanza che evidenzia il peso del controllo sociale; ai pronostici agricoli (per es. dalla forma degli acini o dall’aspetto dei cereali), che rappresentavano risposte rassicuranti nelle aspettative della famiglia contadina. Un gruppo di testimonianze concerne avvenimenti locali e fatti di vita quotidiana: anzitutto i lavori agricoli, di cui Maggini aveva esperienza diretta perché coltivatore (vd. ad es. il riferimento alla fertilizzazione del terreno con il letame prezioso che si raccoglieva), come pure i mestieri artigianali: si pensi al prestigio di cui godeva la figura dell’artigiano, dal momento che svolgeva un ruolo fondamentale in una economia di sussistenza e all’interno della comunità (il fabbro produceva o riparava aratri ed altri attrezzi di lavoro; il maniscalco ferrava le bestie, correggendo difetti e malformazioni della zampa o curando lesioni e malattie).

    Segue una sezione dedicata a diversi prodotti riconducibili a forme del folklore orale. Purtroppo manca per il capoluogo di provincia una raccolta folklorica complessiva, anche se sono disponibili i risultati di indagini parziali effettuate in un certo numero di centri minori. Ad aggravare la situazione, si aggiunga la difficoltà di reperire articoli (di qualità variabile) dispersi in quotidiani, bollettini e riviste locali, numeri unici effimeri, manifesti, calendari, pieghevoli stampati in occasione di sagre e feste, ecc... I testi folklorici, che Maggini ci ha fornito, fissati dalla tradizione e facenti parte del patrimonio spirituale collettivo, sono stati da noi suddivisi in due sottogruppi, rispettivamente afferenti al mondo degli adulti e a quello dell’infanzia. Occorre precisare che essi non sono stati da noi raccolti in maniera sistematica, cioè nel corso di una ricerca tematica appositamente strutturata, ma durante libere conversazioni in maniera spontanea, sul filo del discorso. Si tratta, dunque, di materiali parziali; tra l’altro c’è da segnalare che sono assenti citazioni di ottave, che si componevano in maniera estemporanea nelle gare di poesia a braccio, tradizione che nella Tuscia, soprattutto nella subarea maremmana, è rimasta vitale fino a tempi recenti.

    Stornelli e strambotti costituiscono una categoria di formalizzati relativamente numerosa (97 testi), che Maggini ben ricordava, poiché, essendo suonatore di mandolino e mandola, aveva fatto parte da giovane di piccoli complessi musicali, che si esibivano in occasione di festicciole, serenate, veglioni di carnevale. Questi formalizzati, sicuramente tra i più diffusi e numerosi nella nostra area, un tempo venivano intonati in varie situazioni: accanto agli stornelli, con i quali si esprimevano i sentimenti delicati nei confronti della donna, c’erano quelli a dispetto di contenuto ingiurioso e osceno, con i quali si dava sfogo al rancore, quando si subiva un rifiuto o un tradimento o quando un rapporto si interrompeva; quelli di lavoro che accompagnavano la dura fatica dei campi (per es. l’olivatura, le mietitura, la vendemmia, la raccolta delle nocciole e delle castagne) oppure l’operazione del bucato nel lavatoio pubblico o sulle rive dei ruscelli, la spannocchiatura durante la veglia nei cascinali, oppure le bevute allegre all’osteria con sfide tra vari cantori, ed infine più in generale nei momenti di festa. Insieme ai canti, elenchiamo battute e tiritere contenenti allusioni maliziose, un tempo d’uso piuttosto frequente nella comunicazione quotidiana. Seguono le filastrocche, con espressioni e testi legati a funzioni fisiologiche, dove spesso non si rifugge dalle espressioni drastiche e scatologiche, che all’interno delle classi subalterne non erano ritenute sconvenienti, immorali, come invece avveniva secondo l’ottica pruriginosa nel ceto della borghesia bempensante. Alcune battute e canzoncine lasciano trasparire più evidenti contenuti socio-politici di tono contestatario o di sommesso scontento. Potrebbero apparire trascurabili i brevi formalizzati costituiti dai gridi di venditori ambulanti o da testi pubblicitari legati al commercio: essi tuttavia forniscono utili informazioni di tipo socio-antropologico sul rapporto esistente tra categorie all’interno della comunità.

    Una categoria molto ricca ricorrente nella comunicazione orale all’interno di ogni centro è quella degli indovinelli, che vengono citati con intento didattico e ludico, qui rappresentata da una ventina di esempi. Un tempo erano spesso argomento di vere e proprie gare di acume e di intelligenza anche tra adulti, per es. durante la veglia, secondo una tradizione millenaria che rimanda alla soluzione di enigmi rituali e, in seguito, ai raffinati giochi delle corti. Anche in questo caso la formulazione ambigua, talora scabrosa, non era soggetta a censura:

    Chi la fa, la fa pe vvénne; / chi la cómpra, nu ll’addòpra; / chi l’addòpra, nu la vénne. La cassa da morto. C’èra na vòrta Marcàccio, / ll’éva lóngo quanto m bràccio: / quanno lo tirava fòra, / li gocciava la mazzòla.
    Il ramaiolo.

    La sottocategoria di testi religiosi elenca alcuni esempi di preghiere non ufficiali tra le molte tramandate oralmente nell’ambito familiare, di madre in figlia; cui sono aggiunti alcuni scongiuri con valenza magica, che rappresentano una riposta al timore del negativo, per esorcizzare una presenza nociva. Un tipo di formalizzati sfruttato, in passato più di oggi, nello scambio orale è quello che va sotto il nome di wellerismi. Si tratta della citazione proverbiale di enunciati fissi sotto forma di discorso diretto, attribuito ad un personaggio reale o fantastico:

    “Scàrzeme tarde e rricàrzeme prèsto”, la vita dice.

    “Ècchece vé!, è sségno bbrutto”, disse l ròspo, quanno vidde appinzutà la canna.

    “Èccoce qquà”, disse Cicòria, “una cóme qquésta m m’èra mae capetata!”


    Vale la pena segnalare che nella raccolta numerose battute proverbiali di questo tipo sono attribuite non solo a piante o animali personificati, ma soprattutto a noti personaggi locali, designati con soprannome, evidenziando un gusto per la citazione ripetuta che facilita la trasmissione nel tempo. Invece il chiapparello, costruito sullo schema di botta e risposta, tendeva a sorprendere, ingannare, stupire qualcuno con una sintetica formulazione inattesa di tono scherzoso. Esso assumeva un tono drastico, talora scatologico:

    “Annam’a Rróma” / “Col zacco e la coróna”.

    “C’è l zóle e ppiòve, / chi mmàgneno li bbòve?” / “Ll’èrba!” / “La bbócca tua pièna di mmèrda”.

    “Dó vae?” “Fòra” “Ll’òcchje!”


    Il secondo grande raggruppamento presenta il folklore infantile, ovvero utilizzato da e con bambini.

    Anche per questo settore folklorico manca nella nostra provincia un lavoro d’insieme, pur essendo stato oggetto di alcuni importanti studi parziali. Appartenenti al mondo dell’infanzia sono naturalmente le ninnenanne e le filastrocche riferite a funzioni e movimenti del corpo, con l’intento pedagogico di avviare il bambino alla conoscenza di sé, del proprio corpo e delle sue parti. In esse si ripropongono i modi espressivi usati dal bambino nella fase di sviluppo del linguaggio. Elemento funzionale indispensabile del gioco è la conta, che assume un andamento sillabato, o ritmato, per assegnare specifici i ruoli ai partecipanti, spesso intessuta di onomatopee, di nonsense o di parole prive di significato proprio, qui rappresentata da alcuni esempi. Seguono i girotondi, soprattutto riservati alle bambine, come lo sono le filastrocche enunciate nell’esecuzione del gioco della pallamuro. Spesso inventate tra bambini, le tiritere rimate dileggiative sui nomi di persona si trasmettevano poi agli adulti; parimenti, gli scioglilingua con valenza ludica svolgevano in primo luogo funzione didattica per i bambini, ma potevano ricorrere anche in autentiche sfide di abilità tra adulti. Come avviene sopra per le conte, anche le formulette ricorrenti in molti giochi svolgevano la stessa funzione dinamica.

    Seguono sottocategorie meno numerose come le formule dileggiative, le favolette, le formule incantorie di pertinenza al settore magico; sono riportati anche alcuni testi sul tempo meteorologico, argomento di primaria importanza per i coltivatori; chiudono la raccolta alcune formulette mnemoniche di uso prevalentemente scolastico. Facciamo infine presente che proverbi e detti proverbiali, blasoni popolari e altri testi formalizzati di minore estensione, compaiono nel vocabolario inseriti a lemma, in genere sotto la prima parola piena. Tra questi, un notevole numero di paragoni liberi, del tipo agg. + come + comparante: róscio cóme m billo, che meriterebbero di essere raccolti sistematicamente, data la loro prolificità in ogni centro.

    Non sfugge l’importanza storica dei documenti etno-antropologici esibiti: anche se costituiscono un dato parziale, essendo in numero esiguo rispetto ad un patrimonio complessivo che doveva essere sicuramente più ricco e vario, essi forniscono elementi utili per una prima caratterizzazione della cultura locale e pongono una minima base di partenza per l’avvio di future raccolte ad opera di specialisti.

    Passando a presentare il lessico utilizzato da Maggini, sarà opportuno premettere alcune sintetiche considerazioni di carattere generale. Da un punto di vista linguistico, la provincia di Viterbo rientra nella vasta fascia dell’Italia cosiddetta mediana, insieme al resto del Lazio, alle Marche e all’Umbria. La Tuscia viterbese non costituisce una realtà linguistica uniforme, dal momento che, al suo interno, sono chiaramente individuabili numerose subaree dalle caratteristiche proprie, in cui si notano variazioni significative anche a distanza ravvicinata. In assenza di una trattazione descrittiva d’insieme della complessa situazione, ci permettiamo di rinviare, per un primo orientamento, al provvisorio profilo descrittivo con schematica esemplificazione che abbiamo tentato recentemente di delineare.

    Ricordiamo che alcuni centri della Provincia furono scelti, nella prima metà del sec. XX, come punti di inchiesta ove raccogliere dati per l’Atlante linguistico ed etnografico italo-svizzero (AIS): Acquapendente, Montefiascone, Ronciglione, Tarquinia; successivamente, i rilievi per l’Atlante linguistico italiano (ALI, in corso di pubblicazione) sono stati effettuati, oltre che a Montefiascone, anche a Bagnaia (poi divenuta fraz. del capoluogo provinciale), Cellere, Montalto di Castro, Monteromano e Vetralla. Negli anni Cinquanta, Michele Melillo raccolse al magnetofono documenti linguistici, poi depositati nell’archivio della Discoteca di stato, in otto località della provincia: Proceno, Acquapendente, Bagnoregio, Lubriano, Montefiascone, Chia (fraz. di Soriano nel Cimino), La Quercia (fraz. di VT) e Caprarola.

    La prima opera lessicografica di ampio respiro realizzata nella nostra provincia con intenti scientifici è quella dedicata dal compianto Paolo Monfeli al dialetto natio di Fabrica di Roma. Per il resto la lessicografia disponibile, per lo più di tipo amatoriale, tradisce, come avviene sovente in questi casi, l’assenza di adeguati criteri metodologici che ne rende insicura la consultazione a fini scientifici. Appare di valore disuguale per le modalità con cui è stata condotta la raccolta dei materiali, che in genere non sono esplicitate o sono vagamente accennate, ugualmente incerti sono i criteri adottati per la lemmatizzazione; altrettanto gravi risultano le carenze circa la trascrizione delle voci dialettali, l’uso degli accenti, l’esatta definizione delle entrate44. Nostro oggetto di studio è la varietà linguistica utilizzata all’interno del capoluogo provinciale, in particolare nel quartiere di Pianoscarano, socialmente omogeneo in quanto abitato fino ad epoca recente in prevalenza da agricoltori, artigiani, operai. Rimasto fisicamente appartato per secoli, ha conservato a lungo una precisa identità culturale e una propria fisionomia linguistica nei confronti di altri quartieri, sia quello contiguo di San Pellegrino, sia quelli del centro, abitati dalla classe media e più esposti ai modelli dell’italiano regionale e del romanesco. La raccolta sistematica di dati, che ebbe inizio nel 1960, proseguì negli anni successivi, praticamente fino alla morte di Emilio Maggini avvenuta nel 1986. Le conversazioni (ovviamente libere, non strutturate in un questionario) si svolsero in massima parte all’interno dell’abitazione, facilitate dal rapporto affettivo di stretta pa- rentela che legava il raccoglitore con il depositario in un’atmosfera distesa e tranquilla, criterio metodologico indispensabile per garantire l’autenticità dei materiali.

    Il materiale linguistico che presentiamo, risultato dallo spoglio dei testi scritti e da parte delle registrazioni magnetofoniche disponibili da noi effettuate, è stato organizzato lessicograficamente in diverse migliaia di entrate (cui si aggiungono le varianti formali) presentate in ordine alfabetico. Il repertorio che ne risulta costituisce un documento affidabile dell’uso idiolettale di Maggini, attento osservatore, oltre che depositario, della parlata della comunità dall’inizio del sec. XX e riconosciuto sensibile interprete-portavoce, nelle sue opere, della cultura tradizionale. In proposito va sottolineata l’importanza dei chiarimenti da lui forniti con insolita sensibilità linguistica sulle sfumature semantiche di molti lemmi, sul valore dei sinonimi, sulle marche d’uso, datazione e vitalità delle voci, ecc. Non esitiamo a giudicare il lessico utilizzato da Maggini rappresentativo dell’uso collettivo delle generazioni anziane nel quartiere contadino ed operaio di Pianoscarano.

    Dal corpus di cui disponevamo ci è stato possibile estrarre una grande quantità di voci còlte nell’uso concreto e presentate all’interno di minicontesti di frase autentici, che ne chiarivano il significato. Nei limiti di spazio consentiti, abbiamo inoltre curato la ricchezza fraseologica, con la citazione di modi di dire tipici, costruzioni fisse, paragoni liberi, cliché, battute, intercalari.

    Riconosciamo che la definizione proposta, corrispondente al termine dialettale ad esponente, può risultare talora poco trasparente per il lettore medio odierno; d’altro lato, per il taglio semidivulgativo del volume, data la sede di pubblicazione, oltre che per motivi di spazio, la descrizione fornita di alcuni referenti (operazioni tecniche o attrezzi per esempio) si presenta necessariamente contenuta e sommaria:


    arato, s.m., aratro di legno a due ali con vomere di ferro, a trazione animale: ~ a cchjòdo co le bbèstie vaccine || dim. aratèllo.

    bbaròzza, bbarròzza, s.m., barroccio.

    macèlla, s.f., 1. gramola. 2. pezzo di tavola inchiodata, per sorreggere il tavolato di una cassaforma orizzontale.

    perticara, s.f., aratro di legno a tavola fissa con due manici || dim. perticarétta | accr. perticaróne.

    Lamentiamo altresì la mancanza di annotazioni etnografiche ed antropologiche esaurienti, che pure sarebbero indispensabili in molti casi per la giusta comprensione dei valori semantici delle voci.

    Scorrendo il repertorio lessicale, spicca in primo luogo la ricchezza di espressioni che riguardano il corpo umano e le sue funzioni, il mondo della famiglia con i suoi valori tradizionali e le attività legate alla casa, l’allevamento dei figli, i sentimenti e la vita spirituale; parallelamente, risultano altrettanto frequenti i termini riferiti alla vita sociale di quartiere, a realtà concrete peculiari del luogo e a forme della cultura materiale.

    Si noterà che è stato possibile recuperare un gran numero di voci antiquate o addirittura arcaiche, che rischiano di cancellarsi in breve dalla memoria collettiva, in quanto appartenenti a campi semantici legati a forme di vita tradizionale, del tutto scomparse, superate o profondamente modificatesi nel giro di pochi decenni. Si tratta di voci annotate non tanto per il gusto antiquario, o per un atteggiamento nostalgico del tradizionale o del genuino, quanto per la consapevolezza di salvaguardare documenti utilizzabili per una ricerca di taglio storico ed etimologico. Ci riferiamo in particolare alla articolata terminologia delle tecniche di produzione agricola, differenziata a seconda delle colture e delle stagioni:

    maése, majjése, s.f., 1. prima aratura, su cui viene gettata la semente. 2. maggese; stato del terreno lasciato incolto in riposo, per seminarvi l’anno successivo: na ~ che sse fa dd’estate pe ffajje pijjà l zóle, ndó s’ha dda fà la sémena del grano. 3. terreno lavorato.

    nénfa, s.f., linfa della pianta.

    vórga, s.f., vascone per irrigazione dei campi.

    L’attenzione del coltivatore nei confronti della natura circostante è dimostrata dalle espressioni afferenti alla geomorfologia e ai fenomeni atmosferici, come pure agli aspetti della flora e fauna. Un’altra ricca macroarea semantica è quella dell’artigianato, attività fiorente e differenziata: anche se non sono state oggetto di indagine sistematica, le diverse attività artigianali, specialmente quelle che sono in più stretto rapporto con quelle agricole, risultano adeguatamente rappresentate nel vocabolario, come sono individuabili la denominazione dei prodotti della cultura materiale, le tecniche di costruzione e di trasporto, gli usi commerciali, le costumanze religiose e sociali.

    Appare evidente alla lettura la scelta consapevole operata da Maggini, nel fornire testimonianze esatte dell’uso linguistico risalente fino ai primi decenni del sec. XX, anche col rischio di essere imputato di privilegiare scelte arcaizzanti. D’altro canto, a fronte del patrimonio lessicale tràdito, risalta netta l’attenzione posta nella comunicazione quotidiana all’emergere di nuove realtà, specialmente in epoca recente, per denominare le quali si rende necessario utilizzare, con accezioni nuove, voci dialettali esistenti; in altri casi si ricorre alle risorse dell’italiano regionale, oppure si adottano voci italianeggianti, che entrano così a far parte del sistema linguistico tradizionale. È questo ovviamente il caso dei moderni ritrovati della tecnica, della medicina, della scienza, dei mezzi di trasporto, dell’informazione, dei nuovi prodotti commerciali; come pure delle nuove maniere di vivere e comportarsi, di abbigliarsi, di alimentarsi, di abitare, veicolate dai mass-media. Non di rado bandite in raccolte analoghe, per una sorta di purismo misoneista, che intende privilegiare la forma arcaica come sola legittima del “vero” dialetto, queste espressioni costituiscono altrettante preziose spie della dinamica con cui il dialetto, adattandosi a pratiche esigenze sotto la spinta di fattori esterni, si configura in nuove sembianze.

    Nella provincia di Viterbo, come nel resto del Paese, la situazione complessiva risulta essersi radicalmente mutata a partire dal secondo dopoguerra, per cause strutturali: migrazioni interne, passaggio dal primario al terziario, mobilità nel territorio (nel nostro caso il pendolarismo verso la capitale), accresciuto livello di istruzione, benessere (boom economico degli anni Sessanta), meccanizzazione generalizzata e poi automazione della produzione, miglioramento delle infrastrutture (rete stradale ed autostradale, trasporti), grandi catene di distribuzione dei prodotti (supermercati, centri commerciali), ecc. Come conseguenza, sono scomparse alcune coltivazioni tradizionali (ad es. canapa, lino), la manodopera agricola ha subito una drastica riduzione, sono via via cessate attività tradizionali come la panificazione a legna, l’attività dei mulini ad acqua, la tessitura al telaio, i mestieri di calderaio, carradore, sediaio, funaio, bottaio. In un’analisi più approfondita, sarebbe utile poter precisare cronologicamente con maggiore esattezza il processo di rarefazione crescente o la scomparsa di una data attività o indicarne il grado attuale di sopravvivenza, mettendola in relazione con il grado di vitalità attuale delle corrispondenti espressioni dialettali che la designano.

    Valga un esempio. Oggi molti ignorano il significato del termine mónnolo con il quale si indica il fruciandolo o spazzaforno, costituito da un lungo bastone cui è legato uno straccio che, immerso nell’acqua, serve a pulire il forno a legna dalla cenere. Eppure esso apparteneva, insieme a numerose altre espressioni, ad un campo semantico molto ricco, da noi documentato nei primi anni Sessanta, prima che il forno a legna di Pianoscarano a Valle Cupa cessasse l’attività in seguito alle nuove disposizioni sanitarie. Lo stesso può dirsi della canapicoltura, entrata in crisi negli anni Cinquanta, oppure dell’ordinanza comunale che proibì la presenza di asini o animali da cortile entro l’abitato, e di altre usanze.

    A questo proposito, è importante far notare che termini da noi documentati, pur numerosi, che si riferiscono a realtà o situazioni scomparse, non costituiscono più come un tempo un insieme coeso, ma rappresentano oggi forzatamente soltanto alcuni aspetti isolati, frammentari, marginali, sopravvissuti, quasi evanescenti, del lessico e ci sono stati rievocati per nostra sollecitazione, talora a fatica, sul filo del ricordo. Infatti, appare evidente che una considerevole quantità di espressioni linguistiche, un tempo anche centrali e di alta frequenza, non facenti più parte del registro attivo quotidiano, risultano oggi emarginate o irrimediabilmente dimenticate. Una minoranza di esse sopravvive in modo latente ormai soltanto nella memoria di una minoranza esigua di anziani che ne ha una conoscenza passiva: non a caso, parecchie espressioni del genere ci sono state restituite spesso da Maggini per associazione d’idee grazie alla sua sensibilità linguistica.

    Osservazione analoga riguarda il mondo religioso, struttura portante nell’opera di Maggini, che è stato caratterizzato, a partire dagli anni Cinquanta del secolo scorso, da profonde trasformazioni, soprattutto a seguito della riforma conciliare. La terminologia di numerosi settori attinenti alla chiesa, al culto, alla liturgia, alla venerazione dei santi ha infatti subìto cancellazioni, riadattamenti e ristrutturazioni o ammodernamenti (basti pensare, ad es., alla celebrazione della messa in italiano): ne sono stati oggetto molte pratiche religiose, linguaggio delle campane, rituale, devozioni, organizzazione ed attività delle confraternite, religiosità popolare privata, pellegrinaggi.

    Alla stessa stregua, è avvenuto per altre usanze sociali un tempo salde nei nostri centri. Raramente è dato oggi osservare giochi infantili che un tempo si svolgevano in strada; forme di farmacopea e veterinaria popolare, vita maschile d’osteria, fiere e feste popolari, veglia funebre: questi ed altri sono altrettanti fenomeni scomparsi o in via di sparizione. Tuttavia, occorre avvertire che il processo di cancellazione, con conseguente indebolimento delle rispettive espressioni linguistiche, non può dirsi uniforme e generalizzato: in parecchi campi a differenza di altri, per cause psicologiche che occorrerebbe approfondire o per maggiore adesione sentimentale, le forme dialettali che vi si riferiscono sembrano godere di un maggior grado di stabilità e opporre efficace resistenza nei confronti delle innovazioni neologiche.

    Per concludere, non sarà inutile ribadire che la documentazione da noi raccolta in questo volume intende illustrare solo una parte del patrimonio lessicale. In sostanza quello in uso all’interno del quartiere contadino ed operaio di Pianoscarano, limitatamente alle generazioni più anziane, di tendenza conservatrice, qui rappresentate dalla testimonianza di un autorevole portavoce. La scelta di privilegiare la rilevazione urgente di questa varietà comunicativa, dipende dal ruolo importante che svolge tuttora all’interno della realtà linguistica nella sua totalità.

    Nostro obiettivo infatti non era quello molto più impegnativo di offrire un quadro dettagliato della situazione odierna riscontrabile nel quartiere. Divenuta molto più complessa e poliedrica in seguito alle trasformazioni socioculturali cui abbiamo accennato, sopravvenute negli ultimi decenni, appare caratterizzata dall’agonismo dialettico tra resistenza di forme del dialetto tradizionale e irruenza di spinte innovative. Chi volesse oggi affrontare questa problematica sarebbe costretto ad intraprendere un’indagine molto più articolata ed approfondita che tenesse nel dovuto conto l’ottica sociolinguistica. Non dovrebbe limitare il suo interesse allo studio delle forme del dialetto tradizionale, ma allargarlo a quello dell’intero repertorio stratificato, quindi comprensivo delle varietà d’italiano in dinamico rapporto, a disposizione dai parlanti.

     


    Aggiungi commento


    Codice di sicurezza
    Aggiorna