Il leccio

 

 

 

L’Isola Bisentina senza i lecci è inimmaginabile! Il leccio, che ecologicamente è un albero solare, cioè ad alta esigenza termica, è sicuramente il componente arboreo più rappresentativo del patrimonio floristico dell’Isola. Il leccio è un componente fisso della macchia mediterranea e submediterranea nonché del bosco mediterraneo montano, sia che compaia nell’aspetto naniforme di arbusto o di piccolo albero, sia in quello di gigante vegetale. Nelle aree ben riparate e fortemente assolate, è rimasto all’interno di zone più continentali, relegato in stazioni relitte che occupano i versanti più caldi dei monti, fino ad altezze tipiche della fascia montana: ma più si sale di quota, più assume veste rupestre, perché nelle condizioni verticali delle rocce non può conformarsi a quell’habitus arboreo che invece ne ha fatto la sua fortuna come componente dei Boschi sacri.

 

Eppure a molti non piace, anzi lo considerano addirittura funereo, per il color verde scuro della chioma persistente che non lascia filtrare la luce del sole. Il suo difetto è di non avere colori, malgrado le foglie abbiano la faccia inferiore chiara, e i rigetti primaverili spruzzino di toni più tenui le chiome cupe. I lecci secolari, tuttavia, sanno davvero esprimere la potenzialità forestale di cui il Buon Dio li ha dotati.

Sarà per questa cattiva fama conseguita nell’antichità che una leggenda medievale vuole costruita con legno di leccio la Croce di Gesù. Non perché quello del leccio fosse un legno adatto, ma perché tutti gli altri alberi opposero resistenza all’abbattimento, non volendo prestarsi a diventare correi della morte del Cristo. Accidenti al leccio, si potrebbe quindi dire, e a quando si fece abbattere! La storia però va letta anche in senso positivo. Se il leccio non si fosse lasciato abbattere, non si sarebbe potuta costruire la Croce e non ci sarebbe stata la Redenzione. Chissà, allora, che corso avrebbe avuto la Storia! Il leccio comunque è passato per artefice indiretto della Salvezza.

In realtà la diatriba sulla natura del legno della Croce si trascina da secoli e il povero leccio, o meglio ancora l’elcio ( da ilex, il nome che gli avevano dato i Romani ), in quella storia sicuramente non c’entra, perché ha rami nodosi, contorti, che mal si prestano a ricavarne pali.

Tutto dipese forse dalla fama sinistra di albero infernale che si era fatto all’epoca dei miti e che ormai si portava dietro come un marchio infamante. Anche se di questa attribuzione non si sono mai ben conosciuti né la ragione, né gli elementi su cui si fondasse.

Forse solo per il fatto che la legna di leccio era destinata per lo più al fuoco.

Anche la macchia di leccio è spesso sottoposta ad incendi, non tanto accidentali quanto volontari e dolosi, mirati ad ampliare gli spazi pascolativi. Inoltre la convivenza con certe specie spinose ( pungitopo, asparago, rovo, salsapariglia, ecc. ) rendono la macchia poco invitante e spesso impraticabile.

 

Dal Libro, Isola Bisentina

Giardino sacro e profano.

 
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