La verbena

 

 

 

 

In estate i pratelli meridionali dell’Isola si tingono di tenue tonalità azzurrina, quasi si trasformassero in specchi nei quali è riflesso il cielo. Responsabile è la verbena officinale ( Verbena officinalis ), una specie dal fiore minuto ma dalla storia infinita, essendo simbolo di sincerità e fedeltà. Qui è nel suo habitat ideale: ma fa comodo pensare che forse sia anche così frequente per la voncivenza con i frati. Un tempo, infatti, era ritenuta specie in grado di donare la castità. Verbena manducata non permittit per septem dies coitum, la verbena mangiata non permette i rapporti amorosi per sette giorni, scriveva Piperno. Pare che ai frati i suggerimenti ad usarla venissero proprio da grandi predicatori come il Savonarola e S. Bernardino da Siena: ragion per cui non mancava mai nell’orto dei conventi.

 

Talora era costituita dall’agno casto ( Vitex agnus-castus ) un alberello ornamentale dai fiori sempre azzurrini, un’altra verbenacea il cui nome volgare è decisamente allusivo alle sue proprietà anafrodisiache.

Per i Romani la verbena era tenuta in grande considerazione come pianta della purezza. Gli ambasciatori di pace, ad indicare la lealtà delle loro intenzioni, quando si presentavano al Senato o all’Imperatore ne tenevano un fascio in mano: per questo erano chiamati verbenarii. Ma l’uso era più giustificato dall’essere la verbena considerata erba sacra per eccellenza: il nome greco era ierobotanè, cioè erba sacra. Non si poteva dunque che attribuirle svariate proprietà, reali e simboliche: molti arrivarono ad usarla per fare esorcismi direttamente sulla parte malata. Era ritenuta così sacra che, racconta Plinio, con essa veniva spazzata la mensa di Giova: nessun’altra erba avrebbe mai potuto avere questo onore! A maggior ragione con essa si pulivano e si purificavano le case. Era considerata ovviamente anche magica e i Galli, aggiunge Plinio, la usavano come pianta divinatoria. I Maghi pensavano che strofinandosela addosso avrebbero potuto ottenere sempre ciò che si desideravano. Pare inoltre che fosse in grado di conciliare le amicizie, effetto certamente non dimostrabile, ma chissà, forse proprio grazie ai poteri anafrodisiaci era in grado si smorzare le gelosie. Dalle conclamate virtù di curare le malattie psichiche o sentimentali ad affermare che non c’era malattia che non si potesse curare con la verbena, il passo fu breve. Il valore attribuitole era davvero taumaturgico, oggi la si sarebbe definita erba miracolosa. Bastasse solo un nome a dare proprietà ad una pianta!

Tuttavia, nell’uso della verbena qualche difficoltà doveva pur esserci e, come aggiunge Plinio, non tutto filava liscio: perchè avesse straordinari poteri la si doveva raccogliere solo nel periodo in cui la costellazione del Cane è in crescita ( all’incirca il 18 luglio, più o meno nel momento della massima fioritura ), facendo in modo che non vedessero questa operazione né il sole né la luna, e comunque sempre dopo aver offerto alla terra fave e miele come adeguata contropartita del preziosissimo esproprio. Andava raccolta con la mano sinistra, quella del cuore diremmo oggi scherzosamente, e comunque dopo aver tracciato attorno ad essa un solco con un ferro.

Le mancate risposte della pianta alle aspettative di chi la usava, in ultima analisi, si potevano sempre attribuire alla non puntuale osservanza di questo complesso rituale, nel quale qualche errore o una dimenticanza potevano essere più che probabili.

 

Dal Libro, Isola Bisentina

Giardino sacro e profano.

 

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