Il Sentiero Dei Briganti

Un viaggio nei tempo… tra leggende, natura e tradizioni

Un itinerario che si snoda per quasi cento chilometri, lungo sentieri polverosi e isolati, toccando i suggestivi aspetti panoramici, naturalistici e storico-archeologici dell’Alta Tuscia, attraverso un paesaggio tra i più selvaggi e meglio conservati d’Italia, tra Umbria, Toscana e Lazio. Due Riserve naturali regionali ( Monte Rufeno e Selva del Lamone ), un’oasi del WWF ( Vulci ), due laghi ( Bolsena e Mezzano ), due sistemi fluviali ( Paglia e Fiora ), decine di aree archeologiche vengono collegati e uniti da questo tragitto, il cui filo conduttore è quello dei briganti. Briganti oggi entrati nella leggenda di una terra “selvaggia e aspra e forte”. Briganti intabarrati, con il trombone infallibile, il cappello floscio e la barba lunga, nera ed ispida, come quelli delle favole che ci raccontavano da bambini. Briganti con i lunghi cosciali di pelle lanosa, simili ad antichi fauni, che con la loro presenza inquieta ed inquietante dominavano un tempo queste zone e che oggi, ne compenetrano talmente la sua essenza, che ci potremmo aspettare di vederli balzare fuori all’improvviso da dietro ogni albero, ogni roccia, ogni svolta della strada. Briganti uomini, con il loro carico di miseria, dolore, odio, disperazione e anche umanità, la loro scelta di vita solitaria contro tutto e contro tutti, che si aggiravano in mezzo ad una fauna umana altrettanto dolente di altri solitari affamati e disperati: eremiti, carbonai, pastori, cospiratori, contrabbandieri, rifugiati, donne perdute, malarosi, che trascorrevano i loro giorni nell’inferno della Maremma.

Un itinerario che si addentra nell’infanzia eterna di questa terra scontrosa, impenetrabile e selvaggia, bella per questo, per questo rifugio di briganti e custode preziosa di specie vegetali ed animali rare. Cosa sarebbe questo territorio senza la massiccia presenza del cinghiale, la rapidità elusiva del gatto selvatico, l’agilità subacquea della lontra e la plastica maestà dei bovini maremmani, discendenti diretti dell’uro primigenio? Un itinerario da percorrere a piedi, a cavallo o in mountain bike, toccando i luoghi dei loro misfatti ( grassazioni, omicidi, scontri a fuoco con le forze dell’ordine da Monte Rufeno, a San Magno, a Murcia Bianca a Pian di Maggio ), della loro latitanza ( boschi impenetrabili, come la “sassosissima” Selva del Lamone, gole anguste e profonde, come la forra del Paternale; campi oggi fertilissimi ed un tempo desolati e paludosi, come quelli della Bonifica di Canino ), dei loro nascondigli ( le macchie di Monte Rufeno e di San Magno, le “murce” del Lamone, le rovine della città rinascimentale di Castro, le tombe etrusche di Vulci ), della loro origine ( Acquapendente per Fioravanti, Grotte di Castro per Ranucci, Gradoli per Chiappa e Nocchia, Latera per Erpita e Brando Camilli, Onano per Petrucci e Casali, Valentano per Fumetta, Bustrenga e Marintacca le cosiddette belve di Valentano, Farnese per Biagini e Basilietto, Cellere per Tiburzi ).

I loro nomi e nomignoli si affollano e si intrecciano lungo il percorso. Ansuini, Menichetti, Sinopoli, il Moretto, Marintacca, Paro Paro, Veleno, Saltamacchione, tutti tromboni senza leggenda, spietati, feroci e dimenticati. Eppure, tra tanti, uno è entrato nel mito, facendo scorrere fiumi d’inchiostro: Domenico Tiburzi da Cellere, detto “Do-menichino”, il Giustiziere di Cellere, il Livellatore della Maremma, il Re del Lamone, il Re di Montauto, il Deputato alla macchia, il Robin Hood della Maremma e via nominando. Leggenda vivente, tanto da essere spesso ospite di signori, artisti e belle dame, riuscendo anche ad avere un comitato elettorale, che nel 1893 raccolse 1200 firme per candidarlo al Parlamento Nazionale perché “schivo di ogni infingimento e d’ogni ipocrisia smaschererà coloro che sotto la bandiera del bene pubblico hanno organizzato il brigantaggio politico “.

Leggende a parte, il fenomeno del brigantaggio in questo vasto territorio che comprendeva tutta la Maremma, da Cecina a Corneto e si spingeva nell’interno fino al Monte Amiata, può essere considerato, fino alla fine dell’Ottocento, come una vera e propria malattia endemica. Questa zona rappresentava infatti il confine meridionale, prima del Granducato di Toscana e quindi del Regno d’Italia, con lo Stato Pontificio ed era occupata, dall’interno fino al mare, dalle macchie selvagge della Selva del Lamone e dei Monti di Castro, collegate tra loro dalle forre profonde e boscose di molti torrenti e fossi ( Olpeta, Nova, Arsa, ecc. ), ambiente ideale per la sopravvivenza dei banditi, visto l’isolamento e l’inaccessibilità dei luoghi, la scarsezza di abitanti e la carenza di vie di comunicazione. Le macchie pullulavano di banditi, che potevano comodamente sfuggire alle ricerche eclissandosi al di qua o al di là del confine.

Di tutto questo, percorrendo il Sentiero dei Briganti, avrete la percezione: le macchie, le grotte, i romitori vi sembreranno ancora oggi nascondere questi “loschi figuri”. Ne sentirete la presenza, in ogni momento e ad ogni passo potreste diventare oggetto della loro “attenzione”, potreste avere la sensazione di sentirne il puzzo, se il vento vi è a favore; un aspro puzzo di sudore, di fumo di legna —di selvatico. Le loro pistole rugginose, i loro coltellacci, le loro doppiette potrebbero uscire dalla vegetazione più fitta e … venirvi incontro al grido rauco di “…. Fermo….o si muore ! ! ! ! ”
E’ questo il fascino e l’atmosfera dell’Alta Tuscia, il Far West dei briganti maremmani. È questo il fascino e l’atmosfera del Sentiero dei briganti. Buon viaggio… nel tempo. Ma… state attenti: i briganti vi permetteranno di entrare nel loro regno, solo facendolo in punta di piedi. Dietro ogni albero, ogni ginestra, ogni masso “Loro” non vi perderanno d’occhio.

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