Aeroporto, si può fare ma è ora di muoversi

 

 

– Nella vicenda dell’aeroporto viterbese si innestano alcune variabili indipendenti, di cui occorre tener conto.

La prima è rappresentata dall’incompatibilità ambientale ormai accertata dello scalo di Ciampino, la seconda dallo sviluppo che il trasporto aereo continuerà ad avere in futuro, la terza dall’entità non indifferente dell’investimento infrastrutturale necessario per Viterbo e la quarta dalla limitata disponibilità finanziaria attuale,visto il clima di crisi che si respira a livello internazionale ed europeo in particolare.

Variabili che, come si vede, in parte collidono, ma di cui occorre tenere conto nel disegnare gli scenari futuri.

Qualcuno vede nel progetto diallargamento di Fiumicino una risposta adattiva a buon mercato al ridimensionamento progressivo di Ciampino, che di fatto renderebbe superfluo l’aeroporto a Viterbo; il che non è esattamente vero, perché l’ampliamento di Fiumicino è comunque necessario in quanto lo scalo si va configurando come principale hub sud europeo.

Senza contare che le principali capitali europee hanno tutte almeno due scali aerei, necessari per razionalizzare i traffici crescenti.

Le altre variabili in gioco sembrano marginali: il problema ambientale in realtà non è così dirimente, intanto perché numerosi studi hanno dimostrato che l’impatto ambientale di una struttura aeroportuale può essere minimizzato, e in secondo luogo perché allo stato attuale appare ben più grave la minaccia alle sorgenti termali viterbesi causata da prelievi indiscriminati e sovente illeciti.

I benefici che derivano dal possedere un nodo infrastrutturale strategico per un centro urbano oggi nel mondo sono tali da renderne sopportabili i “costi sociali”; peraltro, con il vicino nodo navale di Civitavecchia, Viterbo potrebbe entrare in un eccezionale circolo virtuoso di carattere turistico e commerciale, che solo un posizione misoneista e preconcetta può ignorare.

Il patrimonio artistico, paesaggistico ed enogastronomico del viterbese può essere venduto sul mercato (un mercato peraltro agguerritissimo) solo se si entra in una logica globale, ed oggi, che piaccia o no, una logica globale ha senso solo se si dispone di risorse infrastrutturali adeguate; altrimenti si è condannati al piccolo cabotaggio da fiera paesana.

Detto questo, l’orizzonte appare nuvoloso e minaccioso proprio perché lo stato sembra privo di risorse economiche per impegnarsi nell’aeroporto di Viterbo. Gli stessi finanziamenti della Regione Lazio per le tratte ferroviarie interessate sono messi a rischio dalle condizioni disastrate delle casse regionali, e in ogni caso perfino la data (tempo fa ritenuta pessimista) del 2013 per la messa a regime dell’aeroporto è ormai saltata.

Allora, il problema è semmai un altro: che, data per scontata la necessità del secondo scalo laziale, l’Enac e la Regione Lazio rivedano i loro calcoli e i loro parametri e scelgano un’area tra Latina e Frosinone, che presenti minori problemi infrastrutturali e quindi minori costi.

In tal caso, sarà bene ricordarlo, a Viterbo perderebbero tutti, sia i fautori dell’aeroporto sia i suoi avversari, perché verrebbero meno due occasioni difficilmente rimpiazzabili: il miglioramento dei collegamenti con Roma, e la possibilità di inserire la Tuscia in un mercato internazionale. Dopo di che, non ci saranno altre occasioni per almeno trent’anni.

Al contrario, sarebbe necessario che le forze politiche e le lobby economiche locali, magari tralasciando i soliti litigi di condominio, studiassero il modo di individuare – anche di concerto con le istituzioni e le organizzazioni comunitarie – le risorse necessarie per avviare i lavori del’aeroporto, incalzando la Regione e lo Stato a raschiare quei barili dove ancora qualche residuo può essere sicuramente trovato.

Francesco Mattioli
Coordinatore del gruppo di studio sulle prospettive socio-economiche dell’Aeroporto di Viterbo, del dipartimento di Sociologia e Comunicazione dell’Università “Sapienza” di Roma.

Fonte TusciaWeb.it

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