Pianiano

 

A poco meno di 4 chilometri da Cellere, tra boschi di querce e campi di grano, si trova il piccolo borgo di Pianiano. Comune autonomo fino al 1729, ancora intatto nella sua struttura medievale, con il vecchio castello completamente trasformato e la chiesa di S. Sigismondo, in parte ristrutturata. Il territorio di Pianiano, percorso da due affluenti del fiume Fiora (Strozzavolpe a nord e Timone a sud), è caratterizzato dalla macchia mediterranea e da terreni di origine vulcanica. Situato su una dorsale stretta e allungata, Pianiano è sorto nell’ambito delle lotte scatenatesi nel Medio Evo per il predominio sul territorio nord-occidentale del Viterbese. Tali lotte si conclusero con l’affermazione dei Farnese che riuscirono ad eliminare la concorrenza di Viterbo, di Orvieto, di Pitigliano e di Siena.

La storia documentabile di Piantano è chiaramente assai simile a quella di Cellere confinante e, in linea di massima, la “fortificazione” è sempre appartenuta ai Farnese dal trecento in poi. Infatti, è opinione comune, che quando venne istituito il Ducato di Castro (1537) Paolo III (alias Alessandro Farnese) non specificò nella bolla né Pianiano né Cellere perché erano già antichi possedimenti dei Farnese. Nel 1630 ‘ Piandiana” o “Plandiana” contava “60 fuochi (abitazioni) con 150 anime ed il borgo esterno era più grande di quello antico piccolo luogo rinchiuso”. Con la distruzione della città di Castro (1649), ha inizio per il borgo di Pianiano un lento declino che diventerà inarrestabile.

Gli abitanti, “avvilite assai per conoscere che vi si campa poco tempo, causato ciò ancora dal mancamento del traffico e dall’ozio”, sottoposti alla insidiosa presenza della malaria, cominciano ad abbandonare il castello. La situazione di grande indigenza che si era gradualmente venuta creando, portò gli abitanti alla risoluzione di operare l’unione con Cellere ” per poter godere del monte frumentario dei celle-resi e di altri privilegi “.

I consigli comunali dei due paesi decidono l’unione quasi in simultanea: Pianiano delibera la mattina del 6 marzo 1729. La decisione fu osteggiata all’inizio da alcuni, ma poi venne suggellata dal pontefice Benedetto XIII in data 28 novembre 1729.

Nel 1734, il borgo è del tutto abbandonato. Tale situazione, che comporterà gravi perdite erariali, si protrarrà fino al 1756, cioè fino a quando, per volere .del governo pontificio, non si verifica l’arrivo di un gruppo di emigrati Albanesi, provenienti da Ancona, dove erano sbarcati. Comunque, già nel 1805, a Pianiano si contano solo 15 famiglie che negli anni successivi cominciano a trasferirsi, in massima parte, a Cellere e a Ischia di Castro.

Nel 1844, non viene nominato nessuno per coprire il posto vacante di direttore spirituale e, l’anno successivo, il vescovo di Acquapendente, nella sua relazione dopo la visita pastorale, registra la presenza di tre sole famiglie: Mida, Codelli e Micheli. A Pianiano, degli Albanesi non è rimasto che una via a loro intitolata ed una tela “orientaleggiante” nella chiesa parrocchiale di S. Sigismondo.

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