IL SENTIERO DI ANSUINI

Il bandito Fortunato Ansuini - Il Sentiero di Fortunato AnsuiniFra gli ultimi banditi dell’Alto Lazio, che agirono nel giovane Stato Italiano delia fine del secolo ecoreo, FORTUNATO ANSUINI era noto per la sua ferocia tanto che un brigante eguale Tiburzi aveva più volte rifiutato le sue offerte di alleanza, considerandolo null’altro che un comune malvivente. Nato a Norcia nel 1844 da una famiglia contadina che lo aveva costretto a diventare muratore, fu protagonista insieme a tre suoi compagni di cella di una clamorosa evasione attraverso una fogna, che lo conduceva fuori dal carcere di Roma dove era rinchiuso, condannato ad 11 anni per aver ucciso un uomo in un’osteria. Era il maggio del 1886. Ritrovatisi finalmente all’aria aperta sulle rive del Tevere, gli evasi si allontanarono velocemente dalla città, diretti vereo la Maremma, individuata come rifugio adatto per la latitanza. Iniziarono così ad effettuare furti e estorsioni per reperire ciò di cui avevano bisogno: in primo luogo armi, munizioni e denaro. Le forze dell’ordine, pur costringendoli a continui spostamenti, non riuscivano ad acciuffarli. In aiuto dei militi arrivò però una epiata, ed i banditi furono sorpresi mentre banchettavano tranquillamente in una grotta. I fuorilegge ebbero il sangue freddo di non reagire, arrendendosi subito, mani in alto, ai carabinieri: la loro esperienza dimostrava che mentre da una prigione era possibile fuggire, una volta morti nel corso di una sparatoria non c’erano più speranze! Rinchiuso nel Forte Filippo di Porto Ercole, nell’aprile del 1890 Ansuini riuscì ancora una volta, insieme ad altri reclusi, a mettere in atto un’evasione. Dopo aver rotto le catene che li tenevano legati ai tavolacci e l’inferriata della finestra, i carcerati si calarono tramite la classica corda confezionata con alcune coperte tagliate. Scavalcato il muro di cinta Ansuini era di nuovo libero. La notte successiva i banditi irruppero in una capanna di pastori vicino Capalbio e, dopo averli legati, razziarono alimenti, denari, fucili e munizioni. Fra gli evasi c’era anche Damiano Menichetti, particolarmente sanguinario, con cui Fortunato strinse subito un’alleanza, mentre gli altri si separarono ben presto da loro. Sembra che uno dei passatempi preferiti di Ansuini fosse quello di beffare le forze che dovevano combatterlo, tanto che amava mangiare nei ristoranti accanto ai carabinieri premurandosi sempre, al momento di andarsene, di lasciare un biglietto firmato con i suoi saluti. Ma un giorno superò se stesso. Si racconta infatti che si recò, ben vestito, nella caserma dei carabinieri di bassano presentandosi come un viaggiatore di una casa commerciale di Milano che, temendo i banditi, avrebbe avuto bisogno di due uomini per essere accompagnato nel suo viaggio. Fu quindi scortato e, al termine del percorso, nel ringraziare i carabinieri, chiese loro di consegnare al premuroso brigadiere un biglietto in cui rivela-va la sua vera identità. Ovviamente il militare, dopo aver letto il messaggio, non era in sé per la rabbia. Ma si trattava ormai degli “ultimi fuochi” del brigantaggio: dopo uno scontro armato Ansuini si dileguò, e non si seppe più nulla di lui, mentre Menichetti mori in carcere, catturato dopo aver ucciso il brigadiere dei carabinieri, Sebastiano Preta.

 

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