IL SENTIERO DI FIORAVANTI

LUCIANO FIORAVANTI nasce ad Acquapendente nel dicembre 1857. Nipote del famigerato brigante Domenico Biagini, braccio destro di Tiburzi, durante una delie sue fughe nella “macchia”, incontrò Luigi Demetrio Bettinelli, detto “il Principino”, già brigante e latitante. Tra i due fu subito amicizia e, così, Luciano decise di dare alla sua vita quella svolta che da tanto tempo sognava, abbandonando per sempre il consesso civile: mollò la famiglia e, con armi e bagagli, segui il Bettinelli nella macchia, facendo coppia con lui.

La seconda svolta nella sua vita si verificò nella primavera del 1889 quando, dopo un cruento scontro a fuoco con i Carabinieri, lui e il Bettinelli vennero accolti nella banda di Tiburzi e Biagini. I due vecchi briganti, ottimi conoscitori dell’animo umano e, soprattutto, di quello della peggior specie, compresero immediatamente chi era da tenere e chi da eliminare. Per metterne alla prova la fedeltà, affidarono a Fioravanti il compito di uccidere l’amico, l’occasione si presentò pochi giorni dopo, il 13 giugno del 1889, nella macchia dell’Onoreta, presso Montaùto; a seguito di un banale diverbio, provocato ad arte, Luciano imbracciò il fucile e fece fuoco all’indirizzo del Principino, colpendolo alla testa ed uccidendolo all’istante. Come dieci anni prima Giuseppe Basili, anche il Bettinelli era stato eliminato perché rischiava di compromettere quella rete di relazioni che Tiburzi e Biagini avevano intrecciato con i ricchi proprietari della zona-, e come quello di Basili, anche il cadavere di Bettinelli fu consegnato alla polizia, affinché suonasse di minaccia nei confronti di chiunque, brigante o meno, si fosse illuso di farla franca violando le loro regole.

In quel frangente era stato incaricato di contattare la polizia Raffaello Gabrielli, fattore dei marchesi Guglielmi, che diligen-temente aveva eseguito l’ordine. Ma il 6 agosto del 1889, non avendo avvertito i briganti dell’arrivo dei Carabinieri nella macchia di Gricciano, dove trovò la morte Biagini, fu considerato un traditore. Esattamente un anno dopo Fioravanti beccò il Gabrielli in località Pozzatelle: davanti ad oltre cento mietitori lo fece scendere dalla mula, lo chiamò “spia” ad alta voce perché tutti sentissero e, quindi, lo spedì al Creatore con una fucilata al petto. Poi, come fossero vecchi amici di famiglia, lui e Tiburzi fecero subito visita alla moglie dell’ucciso, ancora inconsapevole di essere diventata vedova, e le comunicarono con toni sarcastici l’accaduto.

Ma alla fine toccò anche a Luciano Fioravanti. Uscito incolume sia dalla capanna di Gricciano ( dove morì Biagini ) sia dal casale delle Forane presso Capalbio ( dove morì Tiburzi ), rimasto orfano dei due padrini si era trasferito nelle macchie di Mandano. Qui, il 24 giugno 1900, Luciano Fioravanti viene ucciso da un colpo di fucile alla nuca. A sparargli fu un “caro” amico, certo Gaspare Mancini, un fruttivendolo di Roma che lavorava di tanto in tanto come contadino per il marchese Aldimai. Il fruttivendolo incontrò il brigante nei campi, mentre raggiungeva la tenuta del marchese, e questi gli mise in mano un fucile obbligandolo a unirsi alla banda. Alla prima occasione, cioè appena Fioravanti gli voltò le spalle, l’uomo fece fuoco e riconquistò la sua libertà.

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