Il liquorino di veleno

Un brigante da manuale, enorme, con una lunga barba nera, occhi di fuoco, che sembrava il diavolo in persona, mani grosse come pale, cappellaccio floscio, cosciali di pelle di capra; questo faunesco individuo era Angelo Scalabrini detto “Veleno” ed anche “Magnone”. Armato fino ai denti, con fucile, pistola e coltellacci, trascorreva la sua latitanza, al tempo di Tiburzi e Biagini, nelle macchie di Farnese e di Castro, recandosi ogni tanto nel Grossetano, per commettere le sue grassazioni.

Più che le armi, bastavano la sua figura imponente e diabolica, comparsa all’improvviso e le sue manacce strette al collo a terrorizzare le sue malcapitate vittime, che lasciavano in fretta i loro averi in cambio della vita.

Quel malandrino faceva proprio impressione ed una volta, mentre si accingeva a rapinare un passante, questi gli svenne davanti per la paura. A quella vista Veleno, senza pensarci due volte, cercò di rincuorare la vittima e, per tirarlo su, gli offri un bicchierino di liquore. Quando quello si fu ripreso, le fredde canne della doppietta lo convinsero a dare al brigante tutto quello che aveva.

Durante le sue peregrinazioni, nei pressi di Pianiano, frazione di Cellere, ebbe occasione di conoscere una donna trentenne, di origini albanesi e di innamorarsene. Si trattava di una certa Fiorangela Codelli, che in seguito diventerà una delle amanti di Tiburzi. Allora faceva da perpetua (e non solo, affermano i soliti maligni) a don Vincenzo Danti, curato del piccolo borgo.

Questo amore tra la fantesca ed il brigante non andava giù al sacerdote, che mandò a dire allo Scalabrini di smetterla e stare lontano.

Figuratevi Veleno, a questo punto, oltre che arrabbiato, divenuto geloso del prete, intimò al sacerdote di stare alla larga della bella Fiorangela, pena l’evirazione.

Don Vincenzo, abituato a combattere con i diavoli, infernali o terreni che fossero, non si impaurì per niente e, anzi, continuava nell’opera di convinzione della perpetua ad abbandonare il Bandito.

Alla fine lo Scalabrini si stufò e dalle parole passò alle vie di fatto. La mattina del 4 agosto 1886 attese il curato, che si recava a celebrare la messa, alla fonte, appena fuori dal villaggio e, sotto a minaccia della doppietta gli intimò, assieme ad un suo servo, di andare avanti.

Percorso circa un chilometro giunti in un luogo deserto, in località Banditella, presso l’Arco delle Nette, in un posto detto (scherzo ironico del brigante) “Cappella del prete”, Veleno ordinò al parroco di prostrarsi a terra, perché era giunta la sua ultima ora. Il prete, a quella feroce ingiunzione, iniziò a pregare ed implorare il feroce aggressore di risparmiargli la vita. Ma tutto fu inutile. Il furibondo malandrino aveva già appoggiato le canne della doppietta sul petto del curato, pronto a sparare. Vistosi perduto, don Vincenzo, per allungare il tempo e trovare una soluzione, chiese all’imbufalito Scalabrini di prendere un suo fazzoletto dalla tasca, per bendargli gli occhi, mentre il brigante, posato il fucile lo frugava per trovare il fazzoletto, il parroco con la rapidità di un fulmine, tirò fuori dall’altra tasca della tonaca, un lungo coltellaccio e vibrò due stoccate al ventre del bandito, poi una terza sulla parte alta e sinistra del petto. Bello scherzo da prete! Ne seguì una feroce colluttazione in cui il povero Veleno, ormai in fin di vita, tentò di strangolare il sacerdote e di scassargli la testa affibbiandogli violenti pugni sul capo. Alla fine il brigante morì dissanguato.

Chiamati i militari, questi pensarono bene di attribuirsi l’uccisione del bandito, sparando due colpi sul cadavere. Il corpo venne caricato su un asino ed esposto per ventiquattro ore sulla piazza di Cellere e quindi sepolto in terra sconsacrata in località Tufelle.

Un’altra versione dice che il corpo del terribile brigante fu portato a Farnese e sepolto, senza cassa, in una fossa scavata nel tufo appena fuori dal cimitero. Per la fretta il bandito venne ricoperto soltanto da un palmo di terra. Una notte si scatenò un temporale che scavò la sepoltura, riportando alla luce il corpo di Veleno, il cui volto appariva ancora più terribile per una specie di ghigno feroce che esprimeva.

Si provvide a scavare di nuovo la fossa per renderla più profonda; ma un’altra pioggia portò via la terra della sepoltura, scoprendo di nuovo il cadavere. Allora i farnesani, forse per paura o forse per pietà, si decisero a seppellire i miseri resti del brigante all’interno del cimitero.

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