Arlena di Castro

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Gli antichi toponimi disegnano la mappa del territorio, alcuni indicano la morfologia dei terreni, definita dai pianori e dalle forre, come Valletto Buio, Valle Cupa, Pianacce, Tufalette, altri lo sfruttamento agricolo del suolo come Cerreta, Ortaccio, Piantata, Sughereto, Vigne del Fosso, Zuccheti, altri ancora sono legati alle strade, ai corsi d’acqua, ai fontanili, ai poggi, ai casali.

Anche la viabilità, sia quella preromana che quella romana, ricalca antichi luoghi, poi obsoleti, ai quali resistono i nomi di Arlena e del Fosso Arrone tra loro collegati da parentela linguistica.

Nella cartografia cinquecentesca compare il termine di “Arlena Selva” ed in quella dell’inizio del Seicento un primo segno di abitato.

Il più antico documento, fino ad ora conosciuto, in cui appare il nome di vico Amena porta la data del mese di Aprile dell’anno 808, regnante Carlo Magno, durante il pontificato di papa Leone III.

L’agricoltura e la pastorizia erano le uniche modeste fonti di reddito anche per Arlena che vedrà migliorare le sue condizioni di vita quando verrà a fare parte del Ducato di Castro voluto nel 1537 da Paolo III Farnese.

Il borgo sorge sulle alte pareti di tufo di un vasto pianoro che degrada verso la costa: il teritorio era già frequentato in epoca etrusca come testimoniano i ritrovamenti di tombe, di reperti archeologici e di numerosi frammenti fittili sparsi nel terreno.

La campagna che è tutta verde in primavera si trasforma in color paglia d’estate tra i tronchi dei gradi ulivi secolari. Il classico ulivo “caninese” si piantava una generazione per l’altra: i padri con strenua fatica mettevano a dimora le piante che avrebbero fruttificato venti-trent’anni dopo come patrimonio per i figli. Esiste una continuità legata alla terra – ricorda Fulvio Ricci – nell’ambito della famiglia, cellula costitutiva della comunità: questa cresce e si sviluppa senza mai interrompersi, perché ogni comunità gode dei frutti di quella che l’ha preceduta. L’ulivo è pianta simbolo di questa continuità.

Fino agli anni Cinquanta nel territorio di Arlena c’era anche un esteso bosco di sughere ( Quercus suber ), la località si chiama ancora Sughereto, abbattuto in seguito alla riforma agraria

Dei circa 250 ettari di bosco sono rimaste, in mezzo ai campi di cereali, alcune grandi sughere isolate che servivano per il merèo, riparo per i greggi all’ombra dal solleone estivo. Ogni tre anni infatti i campi che erano stati per due anni a riposo, venivano affittati ai pastori, da S. Angelo di maggio a S. Angelo di settembre.

Chi si affacciava dal paese verso le ondulate colline a sud ovest poteva vedere le pecore ammucchiate all’ombra delle grandi querce da sughero nelle ore più calde dell’estate.

La presenza delle piante accompagnava ogni momento della vicenda umana.

Fino a pochi anni or sono era usanza, nelle processioni della Settimana Santa, illuminare il paese con grandi torce fatte di canne.

Storicamente il canneto era soggetto ad attenzioni colturali che consistevano nella lavorazione del terreno e nella divisione dei rizomi per il suo rinnovo, tanto che gli statuti medievali contenevano disposizioni precise per la difesa dei canneti e del loro prodotto che aveva molteplici usi.

I canneti sono molto frequenti in tutto il territorio viterbese, dove affiorano vene d’acqua e lungo le rive dei fossi. Le canne sono tutt’ora usate negli orti e nei campi per legare le viti; si tagliano tra dicembre e febbraio, più frequentemente a gennaio, oggi come avviene da secoli, e in piedi a fasci si appoggiano ad un albero, a un muretto o a una siepe in attesa di usarle nella buona stagione. La canna ( Arundo donax ) della famiglia delle Graminee è la più grande delle erbe spontanee e può arrivare fino a cinque metri d’altezza. Da Arlena le canne si “esportano” nelle regioni del nord, appartenendo i canneti ai paesaggi vegetali del Mediterraneo.

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