Bagnaia

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L’asse prospettico della catena d’acqua

Il territorio di Bagnaia nel 1202, per donazione della città di Viterbo, passa in feudo al vescovo di questa città; l’antico castello del borgo è progressivamente utilizzato dal vescovo in carica come residenza estiva mentre i cardinali vengono a villeggiare nel palazzetto comunale.

Il “buon governo” del territorio, come risulta dal Liber Statutorum Balneanae del 1365, aggiornamento del precedente che risale al XIV secolo, è regolato da pene severe per la difesa della proprietà agricola e ortiva, pubblica e privata, da vari tipi di furti e di danneggiamenti. Il reticolo degli appezzamenti era suddiviso in cerqueti, castagneti, canneti, vigneti, campi di biade, grani, miglio, lino, canapa; vi erano numerosi gli “alberi domestici” come olivi, castagni, cerasi, peri, meli, viscidi, noci, fichi, persichi, mandorli, mentre gli orti erano coltivati con cavoli, cipolle, agli, scalogne, lattughe e altri generi di erbe. Un capitolo del quinto libro è intitolato Della pena per chi non fa l’orto: ogni abitante che possedeva un luogo adatto era obbligato a ricavarci un orto che doveva essere circondato di pali, siepe e spini e coltivato annualmente con cavoli, lattughe ed altre erbe necessarie all’umano uso. Segue un altro punto dedicato agli innesti da fare su meli, peri o altri frutti nelle proprietà private come nelle selve della Comunità. Una coltura particolarmente protetta è il crochus seu zaffarmé ut dicitur, lo zafferano (Crocus sativus) che doveva essere coltivato vicino ad un alveare.

Con l’arrivo a Viterbo nel 1498 del cardinale Raffaele Riario, appassionato cacciatore e successivamente di suo nipote Ottaviano, si creano le premesse per la futura villa attraverso l’accorpamento di diversi terreni poco fuori le mura del Castello e del borgo sulle pendici del monte S. Angelo: viene costruito infatti nel 1514 un Barco, una riserva di caccia di circa venticinque ettari recintata da muro, popolata di selvaggina e completata nel 1521 da un casino di caccia.

Il cardinale Nicolò Ridolfi, nipote di Leone X, (il papa grande cacciatore che era stato ospite a Bagnaia ai tempi del cardinale Ottaviano Riario), fa costruire a Bagnaia tra il 1533 e il 1549 il palazzo vescovile, con le due logge, una rivolta verso l’abitato e una esterna verso il paesaggio ed ottiene di poter condurre nel barco un condotto d’acqua con il ricasco riservato alla comunità. Al seguito del cardinale lavora il senese Tommaso Ghinucci, esperto in opere di ingegneria, idraulica ed architettura, definito dai contemporanei Princeps Architectorum, attivo anche presso il cardinale Ippolito d’Este nelle famose Ville di Tivoli e di Roma al Quirinale per varie opere idrauliche.

A Ghinucci viene dato l’incaricato di tracciare la strada rettilinea che da Bagnaia porta al Santuario di Santa Maria della Quercia e, intorno alla metà del Cinquecento, di affrontare la sistemazione urbanistica per lo sviluppo del borgo di Bagnaia, fuori le mura che avrebbe saldato con il tridente viario il borgo alla Villa.

Il 2 di settembre del 1568 prende possesso di Bagnaia il cardinale Giovan Francesco Gambara, vescovo di Viterbo già dal 1566, di nobile famiglia bresciana, nipote della poetessa Veronica Gambara. Era considerato uno dei cardinali più ricchi del sacro collegio e uno dei più intelligenti nell’arte.

Francesco Gambara era stato segretario di Giulio III del Monte, venuto in visita a Bagnaia nel 1555, il papa che aveva commissionato ad architetti come Michelangelo, Vasari, Ammannati e Vignola, la Villa Giulia a Roma, organizzata intorno al celebre ninfeo e circondata da vasti giardini, viali alberati e un numero incredibile di piante.

Nello stesso anno 1568 il cardinale Gambara riceve una visita del Vignola mandatogli da Caprarola da parte del cardinale Alessandro Farnese a cui era strettamente legato, (in quel periodo il Vignola operava su commissione del cardinale anche a Viterbo), ma i lavori per i terrazzamenti necessari alla creazione del giardino, a fianco del Barco ed in asse con l’ampliamento del borgo, avvengono tra il 1573, anno della morte del Vignola, e il 1574, quando lo stesso Gambara riconosce i molti servizi avuti e ricevuti nell’architettura del palazzo e del barco non senza grande lavoro dall’architetto Tommaso Ghinucci.

All’epoca della visita del papa Gregorio XIII, nel 1578, come ci viene minuziosamente descritto dal cronista al seguito del prontefice, il Barco, si è trasformato in un bellissimo e delizioso giardino con viali ombrosi, boschetti, molti alberi fruttiferi e arricchito di fontane, tra le più belle e originali che allora si potevano conoscere. In un piano del giardino era stata appena costruita una palazzina di stile “rustico” affrescata da Raffael- lino da Reggio e Antonio Tempesta con scene di caccia e di pesca. Nella loggia al piano terreno della palazzina Gambara vengono rappresentate le ville più famose dell’epoca: la Villa d’Este a Tivoli, il Palazzo Farnese a Caprarola con i giardini segreti, il Barco grande con il casino di caccia, il lago e l’isola verdeggiante e la stessa Villa del cardinale Gambara a Bagnaia, completa della seconda palazzina che verrà invece realizzata più tardi.

Indicative sono queste testimonianze per i legami artistici e culturali che univano gli eminenti prelati del Sacro Collegio: Ippolito d’Este, Alessandro Farnese, Francesco Gambara.

I contemporeanei nutrivano grande ammirazione per il giardino di Bagnaia, in particolare un esperto di giardini e di coltivazione delle piante come il frate domenicano Agostino del Riccio fiorentino, autore di un riconosciuto trattato di Agricoltura sperimentale che nel capitolo Del giardino di un re, racconta la particolare dimestichezza che lo legava al giardino di Francesco Gambara: Il quale Cardinal a Bagnaia vi haveva fatto un bellissimo giardino et in quello sentii dire ch’egli ci aveva speso sessantamila scudi et io per mio diporto, stando per stanza nel convento della Madonna della Quercia, ne andavo spesso, laonde non viddi il più bel giardino, così tenuto pulitamente quanto questo et adornato di tante fontane con acqua assai cristallina, che tanto mi dilettava tal bel giardino che io me ne andavo in estate a dir così, et essendo con el detto Ill.mo Cardinale in detto luogo il quale mi vedeva volentieri, avendo inteso ch’io mi dilettavo dè giardini, altresì che io sapevo il vero et vero modo di cultivarli… Laonde io fui a Roma, a Tivoli, a Lorreto e in altri luoghi, et cercai di vedere con diligenza orti e giardini, ne viddi assai grandi e belli onorati, ma quasi tutti erano dati nelle vecchie imperocché si vedevano tralasciati e quasi inculti, non già che io non conoscessi quelli essere stati bellissimi giardini come quel di Tivoli altresì quei di Roma. Ma questo del mio Cardinal Gambero era il fiore, però tanto mi dilettava che la cosa bella quanto ben tenuta.

Affresco di Villa Lante nella Palazzina Gambara

Michel de Montaigne, in visita a Bagnaia nel settembre del 1581, descrive nel suo diario le meraviglie delle fontane di Bagnaia, opera di Tommaso Ghinucci che ha già lavorato a Tivoli e così aggiungendo sempre nuove invenzioni alle vecchie ha posto in questo suo ultimo lavoro assai più d’arte di bellezza, e leggiadria.

La costruzione che era stata oggetto di disapprovazione da parte del cardinale Borromeo, in visita alla Villa nel 1579, subisce un’interruzione fino all’arrivo del cardinale Alessandro Pe- retti Montalto, nipote di Sisto V, che prende possesso di Bagnaia tre anni dopo la morte del Gambara nel 1587.

In questa seconda fase viene costruita la palazzina gemella e viene creata, nel ripiano inferiore al centro della peschiera dove era una prima fontana-isola costituita da una piramide che gettava acqua, l’attuale fontana dei Mori, (le figure di peperino bagnate dall’acqua che sembrano di bronzo), sormontata dal simbolo della famiglia Montalto, i monti che reggono una stella. Le stanze interne della Palazzina Montalto vengono affrescate intorno al 1620 da Agostino Tassi e dal Cavalier d’Arpino.

Dopo la morte del cardinale nel 1623 si avvicendano a Bagnaia per un arco di circa qua rant’anni i cardinali Ludovico Ludovisi, Antonio Barberini, Federico Sforza e Ottavio va; nel 1653 si inaugura un nuovo acquedotto per i giochi delle fontane e per l’irrigazione del parco, fino a che nel 1656 la villa viene ceduta in enfiteusi da papa Alessandro VII Chigi al duca Ippolito Lante della Rovere, da cui prenderà il nome.

Antonio Lante, figlio di Ippolito, sposa Luisa Angelica de la Tre- mouille, sorella di Anna Maria passata alla storia per la sua abilità diplomatica filofrancese con il nome di Princesse de Ursins per aver sposato in seconde nozze Flavio Orsini duca di Bracciano. Le due sorelle de la Tremouille, imparentate con la casa regnante francese, (siamo tra il 1682 e il 1720), si ritrovano a frequentare insieme la Villa di Bagnaia e ne fanno un luogo di feste, di spettacoli e di accoglienza per ospiti illustri. Nell’arco del XVIII secolo sono stati apportati cambiamenti al giardino sopratutto al piano delle aiuole come si riscontra dalle stampe dell’epoca.

La proprietà rimane in mano ai Lante per tre secoli fino a quando, nel 1953, viene acquistata dalla Società Lante che attraverso l’opera del dott. Angelo Cantoni ripara i danni causati dalla guerra, quindi nel 1973 passa allo Stato Italiano.

Il giardino rinascimentale nasce dal paesaggio e continua a fame parte attraverso i suoi elementi costitutivi elaborati dall’arte: la forma del terreno, i boschi e le piante, la pietra, l’acqua. Così la genesi del giardino di Villa Lante si sviluppa dal bosco, (in parte naturale e in parte governato ai fini della caccia e della raccolta di legnatico), ricrea ad arte i terrazzamenti sul pendio collinare a fianco del barco, unisce alle piante spontanee e a quelle coltivate per utilità le specie più rare, conduce l’acqua a diventare protagonista nelle sue molteplici forme sposata alla pietra grigia delle fontane.

Il percorso inizia dalla fontana del Pegaso, il cavallo alato che con lo zoccolo fa sgorgare l’acqua sul monte Parnaso, luogo delle Muse, i nove busti sulle mensole nella parete curva, che alludono al giardino come regno della natura ispiratrice del mondo dell’arte.

Le fontane del Barco, in gran parte scomparse, rappresentavano il tempo dell’età dell’Oro, quando l’uomo poteva vivere di quanto la terra spontaneamente gli offriva, rievocato dalla fontana delle Ghiande, dalla fontana di Bacco, da quella delle Anatre: il percorso simbolico che alludeva agli stadi ancestrali dell’umanità e a quelli emozionali primitivi del vissuto umano, non a caso dove prima era un luogo di caccia, si dispiegava nello scenario del Barco-Bosco attraversato dai viali, andandosi ad innestare al giardino elaborato dall’arte dove il flusso dell’acqua ripartiva dalla fontana del Diluvio.

Questa scenografica quinta che ricostruisce artificialmente il luogo recondito e naturale da cui sgorga l’acqua, anticipando l’esplicito naturalismo che sarà matrice dei giardini nei secoli successivi, rappresenta quel “diluvio” che i miti e le religioni pongono agli albori dell’umanità, quando s’interrompe, per la corruzione degli uomini, la relazione felice e diretta con la natura.

Le due logge delle Muse a lato della fontana del “diluvio” alludono alle due vette del Parnaso emergenti dalle acque del diluvio dove si salvarono solo Deucalione e Pirra, i nuovi progenitori dell’umanità.

Ora il percorso dell’acqua che si è dispersa in leggera pioggia a bagnare gli ospiti davanti al teatro del Diluvio, prosegue secondo il suo flusso lungo l’asse prospettico dall’alto verso il basso, attraverso la fontana dei Delfini e la Catena d’acqua, simbolo araldico dello stemma del cardinale, con gli elementi del gambero tra i quali l’acqua alzandosi con molta spuma da lontano sembrano anella di una grossissima catena d’argento. Il percorso dell’acqua continua nella fontana dei Fiumi Tevere e Arno e nella fontana dei Lumini (a ogni scalino è una fontanella con un bollor d’acqua, che paiono tante candele d’argento sopra lor candelieri) per rappresentare l’evoluzione del pensiero, della scienza e dell’arte che controllano la natura, fino alla quiete del liquido elemento rispecchiante il cielo, nel quadrato della fontana dei Mori.

Gli elementi della natura, la pietra, l’acqua e la vegetazione, in forma grezza e naturale a monte, via via governati dall’artificio artistico, evolvono nel passaggio dal selvatico al domestico, fino alle forme plastiche più raffinate del ripiano a valle.

Ai lati della scenografia dell’acqua, la vera protagonista del luogo che simula, attraverso scrosci, zampilli e bollori, la pioggia, i ruscelli, l’immobile distesa dei bacini, compaiono tutti gli elementi decorativi dei giardini tardo cinquecenteschi, le due grotte di Venere e Nettuno a rappresentare la terra e il mare, le statue di Flora e Pomona simboli della fertilità, i grandi vasi, le logge-voliere e le strutture lignee degli arredi, questi ultimi oggi scomparsi.

Notevole era il patrimonio di piante arboree, arbustive e da fiore del giardino e del barco- parco. Il ripiano inferiore di forma quadrata era diviso in sedici riquadri minori, quattro al centro con il parterre d’acqua e dodici aiuole.

Nel 1588 le aiuole erano bordate da siepi di viburno-tino o lentaggine ( Viburnum tinus ) appoggiate a graticci di chiusura, in ciascuna aiuola erano alloggiate otto piante da frutto e nel centro una piccola fontana; ogni riquadro era a sua volta suddiviso in scomparti dove forse si coltivavano erbe e fiori. Il disegno attuale del parterre è recente; in una stampa della fine del Settecento le dodici aiuole (oggi otto), già modificate, erano marcate ad ogni angolo con forme squadrate di sempreverdi contenenti vasi di agrumi, simili alle attuali che sono di tasso ( Taxus baccata ). Del resto al tempo del cardinale Barberini, alla metà del Seicento, si contavano, nel ripiano inferiore davanti alle due palazzine, ben quaranta piante di “melangoli” o aranci amari in vasi recanti lo stemma di famiglia.

La Fontana del “Diluvio” di Villa Lante

Il cardinale Gambara in una lettera del 1576 si era rivolto ad Ottavio Farnese, duca di Parma e Piacenza e fratello del cardinale Alessandro di Caprarola, che stava realizzando a Parma un bellissimo giardino con boschi d’aranci, di querce, di pini e di platani e che tre anni prima era stato in visita a Bagnaia. Nella lettera è evidente la continuità di un dialogo sui consigli ricevuti per la nuova realizzazione: Io vo spianando il mio giardino, et pianto un bosco di platani no anco nel barco seguendo il consiglio di V. Ecc.a et dubito che io m’imbarcherò a fare un casino.

Successivamente nel 1579 il cardinale manderà un’altra lettera per raccomandare il suo giardino al Granduca di Toscana, Francesco I de’ Medici, che in quegli anni stava creando lo straordinario Parco di Pratolino, con la richiesta di almeno duecento abeti con i consigli di come allevarli, visto che d ue tentativi precedenti erano andati falliti: Et poiché ella m’ha favorito non solo in farmi gratia degli abeti per piantar nel mio giardino, ma anche d’insegnarmi il modo d’allevargli, et io ho avuto così poca ventura in metterlo in esecuzione, che in due volte che gli ho piantati, si son sempre secchi, vorrei provar la terza volta, et fare ogni diligenza per allevargli: o finire di chiarirmi se io ho da piantar platani in cambio di abeti, però vengo a supplicarla che si degni farmi gratia de dugento altre piante. Gli abeti non riusciranno a sopravvivere a Bagnaia mentre a Caprarola l’impianto di quattrocento “abetelli” da Camaldoli del 1584 aveva dato luogo a una consistente rinnovazione tutt’ora presente.

La storia del giardino viene fuori attraverso questi documenti preziosi che ricollegano i suoi frammenti attraverso i secoli, con il riscontro sul terreno degli elementi che ricompongono la sua unità e la sua verità.

Nell’ultimo decennio del Cinquecento, dopo la morte del cardinale Gambara, il giardino era ricco di piante: vi erano ‘Lauri regi’ (laurocerasi) e diversi alberi di platani al piano della tavola del cardinale, nei ripiani superiori boschetti di corbezzoli, piantate di lecci e d’abeti, cespugli di ginepri, di corbezzoli e di mortella dentro le Uccelliere.

A sinistra della strada romana erano boschetti di melograni e di cotogni, un boschettino di querce, piantate d’ulivi e una fascia di peschi.

Gli alberi da frutto come prugni, nespoli, melograni e cotogni erano governati a spalliera per alcuni tratti del muro del parco, com’era consuetudine nei giardini dell’epoca. Contiguo al muro si trovava un grande viale con una spalliera di vite, un filare di fichi e a destra della strada romana un boschetto di ulivi con una spalliera di rose.

La strada che portava al conservone era accompagnata da una piantata di alberi da frutto con rose e viti, a destra un canneto e sopra tutte querce.

Lungo i viali e intorno alle fontane del barco, siamo sempre alla fine del XVI secolo, si trovavano alberi da frutto a spalliera su sostegni di legno, boschetti d’alloro con pergole a botte, un castagneto presso la “neviera”, boschetti di corbezzoli, spalliere di cipressi e siepi basse di viburni a circondare la fontana delle Anatre (oggi scomparsa) e pergole di viti con i sedili di legno per riposare all’ombra. C’era anche un labirinto, al confine nord-ovest, quindi un frutteto di pesche e di prugne e sotto a questo un boschetto di abeti e di lecci. Ancora un viale di olmi, un orto, una piantata di pioppi bianchi accanto alla fontana del Pegaso allora in costruzione e tanti alberi da frutto anche “nani” com’era di gran moda nel Cinquecento.

L’osservazione dell’Arditio, il segretario del papa Gregorio XIII in visita alla villa, ancora in vita il cardinale Gambara, era giusta: Prima che sua santità entrasse in Cagnaia vidde il barco vicinissimo al castello, il quale, per esser voto d’animali, ritiene solo il nome di barco, essendo bora un sopramodo bello et delitioso giardino con bellissimi viali, coperte da l’ombre di diverse sorti d’arbori, la maggior parte fruttiferi, oltr’a boschetti, parte rusticamente prodotti dalla natura et parte piantati con industria et arte.

Molte furono le trasformazioni avvenute nel tempo: le architetture lignee scomparse, i rifacimenti di alcune fontane, la perdita di altre, l’avvicendarsi e i cambiamenti della vegetazione. Illustri ospiti visitarono la Villa Lante di Bagnaia decantandone la bellezza delle fontane, la limpidezza delle acque, la ricchezza delle piante.

Tutti gli elementi del giardino italiano della seconda metà del Cinquecento sono compresi con mirabile armonia nella Villa Lante a Bagnaia: il rapporto tra giardino formale e barco-parco, la successione prospettica dei quattro terrazzamenti lungo il pendio (il dislivello è di circa sedici metri), le scale e le balaustre che li raccordano con le forme circolari e semicircolari delle fontane, il contrappunto equilibrato delle parti simmetriche (le due Palazzine, le case delle muse, le logge, i colonnati , i miti delle origini, gli emblemi dei proprietari, le allegorie della natura e dell’arte, la ricchezza delle piante, in parte selvatiche e in parte coltivate, la flora esotica che entra nel giardino. Esemplare la relazione tra domestico e selvatico al piano della fontana del diluvio, tra le colonne libere dall’architrave, il bosco di lecci e la sequenza dei tronchi di platani.

La storia del giardino continua: l’assetto formale ha mantenuto l’equilibrio delle sue parti, il percorso dell’acqua è sempre esaltante, il dialogo tra natura naturale e natura artificiale ci propone oggi nuove relazioni.

I vecchi lecci ( Quercus ilex ), i rari platani orientali ( Platanus orientalis ), le storiche piante di camelie ( Camellia japonica ), i grandi ippocastani ( Aesculus hippocastanum ), il bosco-barco, oggi parco pubblico di Bagnaia, ancora salvo nelle sue consociazioni spontanee nelle zone a monte, di querce ( Quercus sp.pl. ) aceri ( Acer campestre e A. monspessulanum ), carpini ( Carpinus betulus e Ostrya carpinifolia ), ornielli ( Fraxinus ornus ) e sorbi ( Sorbus torminalis e S. domestica ) con il rispettivo corredo arbustivo ed erbaceo, costituiscono la vita biologica del giardino di Villa Lante che rimanda ai lontani ambienti di provenienza delle piante, agli attuali paesaggi vegetali, immagini di natura incontaminata che l’arte aveva esaltato al momento della nascita del giardino.

È di nuovo il bosco, che avvolge il giardino, con i suoi riferimenti simbolici a rappresentare la natura alle sue origini e nel suo ciclico rinnovarsi così come si voleva interpretare attraverso l’arte nel giardino cinquecentesco.

Le aiuole del giardino formale occupano ancora lo spazio del primo impianto, ma non sono più quelle della seconda metà del Cinquecento e nemmeno quelle documentate nel Settecento: gli ultimi importanti restauri sono stati eseguiti tra il 1954 e il 1960 e altri interventi successivi al 1973 ad opera della Soprintendenza del Lazio.

Il ruolo del paesaggio che circonda Villa Lante a Bagnaia è parte integrante del suo patrimonio e che dovrebbe essere tutelato: le residue fasce boscate, gli appezzamenti agricoli e ertivi che ancora rimangono, la struttura e l’immagine del borgo con il Palazzo vescovile e la vecchia torre del Castello, gli alberi dentro e fuori del parco che appartengono alla storia e alla natura del luogo.

La Tuscia

Paesaggi e Giardini

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