Blera

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Necropoli etrusca di Pian del Vescovo a Blera

In posizione arroccata su un alto sperone tufaceo alla confluenza del Rio Canale nel Torrente Biedano, Blera ha origine da un insediamento della tarda Età del Bronzo, un millennio prima della nostra era, che acquistò caratteristiche urbane tra l’VIII e il VII sec. a.C.

Le rupi a strapiombo della valle del Rio Canale a settentrione, con quelle altrettanto ripide del Biedano a mezzogiorno, costituivano un’“area difensiva” naturale, che racchiudeva una superficie di circa quindici ettari dove sono stati trovati frammenti di ceramica appartenenti appunto all’Età del Bronzo Finale (XI-X sec. a.C.).

Il periodo più importante della storia di Blera è quello etrusco tra la fine dell’VIII e il V sec. a.C., l’insediamento si trovava al crocevia di due importanti direttrici: la Tarquinia-Veio e la Cerveteri-Orvieto.

Ne fanno testimonianza le vaste necropoli che circondano l’abitato, le più antiche situate sui pianori, le rupestri invece scavate su file parallele lungo le rupi delle vallate dei rispettivi corsi d’acqua.

Tutto il territorio di Blera, ne sono testimoni i siti archeologici di Pian del Vescovo e di Petrolo, il più antico abitato di Blera, di San Giovenale e di Luni sul Mignone, ha risentito della millenaria opera dell’uomo, che per necessità si adattava alla morfologia del terreno e usava la pietra locale.

Da questo incessante lavoro di adeguamento alle caratteristiche dei luoghi è nato il nostro paesaggio ‘a misura d’uomo’, che ora si cerca di tutelare e di valorizzare come patrimonio ineguagliabile da trasmettere alle future generazioni.

Una rete di strade e di antichi sentieri ,spesso profondamente incassati nel tufo, collega Blera ai centri vicini; ancora si può percorrere quasi per interno la via Clodia, la più importante strada consolare romana della zona costruita nel III sec. a.C. Lo sviluppo della viabilità romana avvenuta in epoca repubblicana e imperiale è attestata dalla presenza delle numerose ville rustiche sparse in tutto il territorio.

La testimonianza della vitalità del territorio di Blera, dai primi secoli della sua storia, è data sopratutto dalle frequenti opere idrauliche, dai cunicoli, dai pozzi, dalle cisterne che servivano per la raccolta delle acque per la sopravvivenza degli uomini e degli animali, per l’irrigazione degli orti e dei campi.

L’importanza della via Clodia in epoca medievale, la via Cassia era stata temporaneamente abbandonata e la via Aurelia attraversava zone ritornate paludose, diede a Blera un’importante funzione di controllo sul traffico di questa strada.

Uno dei luoghi più suggestivi rimane la gola del Biedano nel punto in cui la via Clodia attraversa il torrente sul famoso Ponte del Diavolo del II sec. a.C., mentre un sentiero di eccezionale valore paesaggistico e naturalistico lungo le Gole del Biedano consente di raggiungere Barbarano Romano e il Parco Suburbanutn Marturanum.

La vegetazione dei due versanti del vallone, profondo circa cento metri, affine a quella già descritta per il Parco Suburbanutn Marturanum a Barbarano, comprende nel versante esposto a settentrione, particolarmente fresco, l’ambiente del castagno qui a quote decisamente più basse del suo habitat naturale e sul versante di mezzogiorno le tipiche consociazioni della vegetazione mediterranea.

Nel fondovalle si incontrano i resti di vecchie coltivazioni di noci e di pioppi, alcuni esemplari sono diventati monumentali.

Una caratteristica della valle del Mignone e della valle del torrente Vesca è rappresentata dalle estese fioriture degli alberi di Giuda ( Cercis siliquastrum ) e dalle macchie di tamerici ( Tamarix sp. ), due specie non comuni nell’ambiente naturale dei querceti misti: a primavera il fondovalle si riveste, tra il verde tenero della nuova vegetazione, di un manto rosa violaceo.

Un suggestivo rituale legato al mistero di morte-rinascita che accomuna la vita delle piante, degli animali e dell’uomo, in relazione ad altri riti di primavera, si celebra a Blera il lunedì di Pasqua e si ripete la seconda domenica di maggio, in occasione del noto pellegrinaggio che, partendo dal centro storico lungo un percorso accidentato di circa quattordici chilometri, conduce alla Grotta di S. Vivenzio a Norchia. Il gruppo dei “pellegrini” con le reliquie e le insegne di S. Vivenzio conservate nella chiesa di S. Maria, secondo antichi rituali si allontana da Blera dalla Porta Marina, passa sul ponte del Rio Canale, segue l’antico percorso della via Clodia costeggiando il torrente Biedano, sale sull’altura di Montagna Spaccata poi, attraverso le campagne vetrallesi, raggiunge il santuario di Norchia appartenente oggi a una vasta proprietà privata nel Comune di Viterbo; un tempo quando Blera era ancora sede vescovile alla fine del secolo XI il suo territorio era molto più esteso.

Il paesaggio in cui si colloca il luogo di culto dedicato a San Vivenzio è formato da profonde forre attraversate da corsi d’acqua, vegetazione lussureggiante che nasconde i resti di necropoli rupestri, grotte e tombe a precipizio sul vallone, caratteri tipologici ricorrenti di santuari terapeutici della regione della Tuscia che ancora oggi comunicano emozioni profonde.

Il simbolismo legato all’acqua si collega alla vicina sorgente del Sambuco e al fosso dell’Acqua Alta, sopratutto per la presenza dell’acqua che trasuda dalla grotta e che veniva raccolta per mezzo di uno stretto canale.

Fioritura di Alberi di Giuda ( Cercis Siliquastrum ) lungo la valle del Mignone

Quello di San Vivenzio primo vescovo di Blera secondo la tradizione vissuto durante il pontificato di S. Leone Magno tra il 440 e il 461, in ordine di tempo sembra il culto più recente legato alla Grotta di Norchia; da una serie di affreschi, poi intenzionalmente ricoperti, rappresentanti le storie di San Michele Arcangelo, in quella grotta si doveva celebrare il culto di origine longobarda legato all’apparizione dell’angelo al Gargano, tradizionalmente associato alla protezione delle acque sorgive, della fecondazione e del parto; infatti accanto alle scene del miracolo garganico era rappresentata l’Annunciazione dove la Madonna e una figura femminile a lei vicino, sono raffigurate gravide. L’ antichità della devozione  a San Michele nella regione della Tuscia è ampiamente documentata da toponimi e luoghi per lo più situati su alture,presso fonti o grotte , come la chiesa rupestre della Madonna del Parto a Sutri. Questi luoghi erano stati a loro volta frequentati come sede di culti arcaici precedenti alla prima cristianizzazione, sempre riferibili alla dipendenza delle comunità di contadini dal loro ambiente : la terra, il seme, la pianta, l’acqua.

Alla grotta dove San Vivenzio era vissuto da eremita, il gruppo dei “pellegrini” guidato dalla Confraternita si riunisce alla maggioranza della popolazione che ha raggiunto Norchia, oggi in auto, per scendere insieme attraverso un lungo cunicolo alla grotta, compiere gli atti di culto e lungo un ripido e stretto sentiero tagliato nella profonda forra, risalire al pianoro dove è stato costruito un semplice santuario. Segue un festoso pranzo all’aperto, quindi la processione partendo dall’interno della chiesa riprende lo stesso percorso di ritorno con una variante alla Madonna della Selva, e risalendo alla rupe da cui si affaccia Blera rientra dalla Porta Romana. Su questa via del ritorno si raccolgono fiori di campo, fronde verdi, a maggio sopratutto ginestre per ornare i bastoni del pellegrino detti “mazzarelle” e ritornare, con questi trofei fioriti, intensificando canti e invocazioni, alla chiesa di S. Maria, accolti dalla musica della banda, per riconsegnare alla chiesa le reliquie del Santo Patrono. Il circolare percorso di andata e ritorno, simbolicamente rappresenta il viaggio di espiazione del Santo e il suo ritorno trionfante come restauratore dell’equilibrio sociale, ma è anche una ridefinizione dei confini territoriali, un forte legame con il paesaggio, che appartiene prima di tutto alla comunità di chi è nato e vissuto in quei luoghi; non a caso ogni gesto dell’intero rituale del pellegrinaggio è il manifestarsi di significati arcaici stratificati che si dissolvono nel mito.

Un nuovo rapporto si è instaurato nel nostro tempo tra leggenda, storia e ritualità delle tradizioni locali più forti: la ricerca e lo studio esemplari dal punto di vista storico, artistico e antropologico che si sono potuti realizzare intorno alle vicende della Grotta di Norchia, frammenti che attraversano il mistero ciclico dell’esistenza, rafforzano antichi rituali propiziatori nel momento culminante dell’anno, quando i fenomeni della fecondazione, la ripresa vegetativa e riproduttiva della natura placano le angosce di pericolo e di morte dell’attesa invernale, nella speranza primaverile di sopravvivenza personale e collettiva.

Pascolo sulle rive del Mignone

Il Dennis , nella sua prima visita alla necropoli di Norchia alla metà del XIX secolo e ai ruderi dell’antico insediamento, aveva parlato di un’ anfiteatro di tombe dalle innumerevoli forme che si intravedevano nascoste dalla vegetazione selvaggia: Le forre profonde ed orride sembrano difendere Norchia e la sua necropoli da ogni contatto e da ogni profanazione umana. La impenetrabilità delle sue macchie sembra proteggerla nel suo isolamento sublime e nel suo silenzio immenso, rotto soltanto dal gridio acuto del falco che lentamente ruota alto nel cielo azzurro, e dal mormorio eterno del ruscello in fondo alla valle. Solennità e mistero, più che in qualsiasi altro luogo etrusco, sono qui presenti.

A Blera è in corso di allestimento il Museo Civico “Gustavo VI Adolfo di Svezia” intitolato al grande ricercatore e studioso di archeologia etnisca: il museo è un luogo vivo che prevede la presentazione dei più importanti siti archeologici “diffusi” sul territorio comunale, Blera, San Giovenale, Luni sul Mignone, e una sezione demo-etno-antropologica di interesse regionale dedicata al “Cavallo e L’Uomo”. Proprio in Etruria e nel Lazio sono state effettuate le più importanti scoperte sull’arrivo e la diffusione del cavallo domestico in Italia: il cavallo, già presente nelle culture del Paleolitico, è stato successivamente domesticato e ampiamente utilizzato come cavalcatura e come animale da trasporto, e rappresentato nei rituali funerari e religiosi. Tutta una ricca tradizione accomuna il cavallo all’ambiente della Tuscia, dal lavoro e dalle abitudini di vita dei butteri, all’artigianato, alle feste popolari.

Un ottimo olio extra vergine d’oliva che si estrae dalle varietà Canino e Frantoio, si produce nel territorio del Comune di Blera, così le nocciole della varietà “tonda gentile romana” provenienti dalle stesse colline di origine vulcanica tipiche della zona compresa tra il lago di Vico e il lago di Bracciano. Insuperabile è 1’“Amaretto” il dolce di Blera a base di mandorle dolci e amare e la squisita “Nociata” impasto di noci e miele che siserve tra due foglie verdi di alloro.

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