Bomarzo

                                                (m 263)

 

Il Sacro Bosco come appariva negli anni Cinquanta del Novecento

… SACRO BOSCHO

CHE SOL SE STESSO ET NULL ALTRO SOMIGLIA

Si legge su una delle iscrizioni che accompagnano il visitatore lungo l’itinerario simbolico della straordinaria creazione di Pierfrancesco Orsini detto Vicino, duca di Bomarzo.

Il luogo, come in situazioni analoghe, era formato dalle balze irregolari, invase dai massi affioranti, che degradano dal pianoro al fondovalle, in cui scorre il Fosso La Concia, di fronte allo sperone tufaceo dove sorge l’abitato di Bomarzo e l’imponente Castello-Palazzo Orsini.

Il carattere della vegetazione, tipica dei pianori vulcanici della Tuscia, è costituita in prevalenza da macchie e boschi di caducifoglie: roverella ( Quercus pubescens ), cerro ( Quercus cerris ), orniello ( Fraxinus ornus ), acero oppio ( Acer campestre ), castagno ( Castanea sativa ), nocciolo ( Corylus avellana ) nei terreni più profondi, con il corredo arbustivo ed erbaceo del sottobosco con biancospino ( Crataegus monogym ), corniolo ( Cornus mas e C. sanguinea ), edera ( Hedera helyx ), ciclamino ( Cyclamen hederifolium ), tra le specie più rappresentative. Numerose altre piante sia di zone umide, sia di ambienti più caldi e asciutti fanno parte della notevole varietà del paesaggio vegetale.

Questi terreni comunque, trovandosi vicini al centro abitato, hanno subito nel tempo il degrado della loro copertura naturale per gli usi civici del pascolo, del taglio e della raccolta della legna, e per le coltivazioni degli appezzamenti a legnose, seminativi e orti.

Non selva dunque, ma bosco-macchia con gruppi di alberi inframezzati da zone aperte, il fosso dalle acque scroscianti e, in basso nella zona in piano, il rassicurante giardino geometrico “all’italiana” oggi scomparso, al quale si accedeva da un portale sotto i bastioni del castello: questa l’immagine familiare che Vicino Orsini vedeva dalle finestre del palazzo e che chiamerà ripetutamente durante la fase dei lavori con il termine di Boschetto.

La ristrutturazione dell’intero complesso si svolse a distanza di tempo, in più periodi: per il castello la trasformazione in palazzo iniziata dal padre Giovanni Corrado Orsini alla fine del 1519 (Vicino nascerà nel 1523) si protrasse fino al 1583 circa, per il parco un’incisione su uno degli obelischi sulla spianata del teatro reca la data del 1552, la conclusione di una prima fase del progetto.

VICINO ORSINI MDLII

La creazione di un piccolo lago artificiale che causò, durante la fase di costruzione, una rovinosa caduta a Vicino era stata pensata anche per alimentare alcune vasche e fontane in una nuova scenografia. Le ‘ maraviglie ‘ erme, sfingi, rovine artificiali e alcune inconsuete sculture riproducenti monumenti sepolcrali etruschi in un ambiente agreste “di colli e valli”, dovevano evocare soprattutto nella prima fase della realizzazione del Boschetto, immagini arcadiche e pastorali, con straordinario intuito anticipatore di successive relazioni tra arte, letteratura e natura.

La sistemazione del terreno fu certamente molto onerosa: le sculture e le piccole fabbriche si inserirono solo apparentemente in ordine sparso, tra le asperità del terreno e delle rocce affioranti, come se il mondo immaginario evocato dalla natura, dalla mitologia e dai poemi cavallereschi si materializzasse per virtù di un incantesimo nelle sculture di pietra vulcanica; bosco “magico e stregato” nell’alternarsi di visioni spaventose e visioni allettanti.

Il drago assalito dai veltri

 

Mascherone che sostiene il globo e il castello con stemma degli Orsini

VOI CHE PEL MONDO GITE ERRANDO VAGHI

DI VEDER MERAVIGLIE ALTE E STUPENDE

VENITE QUA DOVE SON FACCE HORRENDE

ELEFANTI LEONI ORCHI E DRAGHI

Nelle fasi successive, in seguito alle vicende pubbliche e private della vita travagliata di Vicino, i riferimenti si spostarono verso immagini mostruose ed inquietanti, prese dal bagaglio letterario, dai modelli dell’arte antica, dal repertorio dell’arte funeraria etrusca, al di là di ogni ordine logico e razionale, in relazione anche con la morte della moglie Giulia Farnese avvenuta nel 1560; a lei avrebbe dedicato il tempietto del livello superiore terminato nel 1566 e decorato con i gigli farnesiani e con la rosa e l’orso degli Orsini. Intorno al 1575 ( l’opera fu completata verso il 1580 ), il creatore del Sacro Bosco di Bomarzo ricerca le tecniche più adatte per il colore da dare alle sue statue all’aperto, quasi a volere arrestare l’effetto insorabile del tempo che sentiva sfuggirgli.

Vicino Orsini aveva una visione della natura e del mondo libera e critica; per ragioni militari aveva visitato paesi stranieri, era un fine erudito, faceva parte della stretta cerchia dei poeti j e dei letterati di Venezia e di Roma.

La progettazione del Boschetto, nel “ ritiro “ di Bomarzo, sembra sia stata per lui l’unico vero motivo di piacere e di sollievo:

SOL PER SFOGAR IL CORE

Il pendio con i massi affioranti si stava trasformando in Sacro Bosco come luogo della natura primigenia, libera dalle convenzioni della società della sua epoca, scena teatrale per eccellenza, luogo di artifici e di inganni, dimostrazione di sapere erudito e ricerca del grottesco; dove in ultima analisi si recitava il dramma dell’esistenza umana combattuta tra spinte di morte e desideri di redenzione.

Le statue di Bomarzo e le relative iscrizioni sono state oggetto di analisi da parte di insigni studiosi: la testa colossale dalla bocca spalancata che sostiene un globo con i segni araldici degli Orsini, l’elefante che porta una torre da combattimento, la tartaruga gigante con una figura alata sul dorso, il drago assalito dal leone e dal veltro, la sirena con ali di pipistrello, la sirena bifida, il colosso di Orlando che squarta un pastore, la ninfa dormiente, il signore del bosco, l’orco che contiene al suo interno una tavola con sedili, il cane Cerbero a tre teste, Proserpina e Nettuno, i vasi giganti, la casetta pendente dedicata all’amico Cristoforo Madruzzo “principe tridentino” e altre ancora.

Nel suo parco visitato da ospiti illustri Vicino teneva anche un serraglio con un’orsa, tac- americani, uccelli rari e pesci nelle vasche e nelle fontane, ma questo era comune ai giardini della sua epoca.

Una volta completato, il “boschetto” – scrive Bredekamp – perse inesorabilmente il suo valore esistenziale, subentrò il tedio e la perdita di ogni significato della vita. Come definitivo epilogo Iella dedizione al processo artistico-creativo, quando i lavori cessarono svanì ogni impulso vitale. Di lì ad un anno, quando anche le opere nel palazzo furono concluse, Vicino morì.

Era il 28 gennaio 1585: il feudo di Bomarzo passò al figlio Corradino; nel XVII secolo fu venduto a Ippolito Lante della Rovere e nel XIX al principe Marcantonio Borghese.

Al tempo dei Lante , alla metà del Seicento, si ha notizia – da un’informazione di Fabiano Fagliari Zeni Buchicchio – che numerosi alberi da frutto erano presenti nel Giardino sotto al Palazzo insieme a filari di viti, ulivi, seminativi, legumi, canape e lini. E che tutto il Giardino doveva accuratamente essere chiuso da muro o da frutta.

Destano ancora meraviglia le sculture colossali abbandonate nella ‘macchia’, alcune appena abbozzate nei massi naturali che fuoriescono dal suolo.

L’intero territorio di Bomarzo comprende eccezionali scenari naturali: pianori, valloni, corsi d’acqua e boschi dove l’antica civiltà etrusca ebbe modo di espandersi tra la vicinanza del Tevere e un reticolo di vie di comunicazioni con gli altri centri abitati, fino a Tarquinia sulla sponda tirrenica, che consentiva i rapporti culturali e commerciali con le civiltà mediorientali.

Suggestivi percorsi archeologici-naturalistici si dipartono da Bomarzo: immediatamente sotto al borgo, dalla piccola chiesa di S. Maria della Valle un sentiero lungo la Valle di Martino riporta indietro nel tempo, il pianoro di Monte Casoli che cela i ruderi di antichi insediamenti dove si svolge l’annuale processione della Sagra del Biscotto il 24 e 25 aprile, le forre del torrente Vezza fino al Fosso dell’Acqua Rossa presso Ferento, infine la Selva del Malano disseminata di antiche presenze occultate da un selvaggio e fitto ambiente naturale.

Monte Casoli, Pianmiano, Pian della Colonna testimoniano l’esistenza di nuclei abitati etruschi, posti a breve distanza l’uno dall’altro e vicini alla confluenza del torrente Vezza nel Tevere.

Sul ripido pendio che dal pianoro di Pianmiano degrada verso il Tevere è ubicata la piccola chiesa rupestre di S. Lucia, sorta su un luogo di culto più antico; frequenti erano gli adattamenti di grotte naturali a cappelle rupestri con presenza di acque sorgive, dedicati alla Santa siracusana lungo la riva destra del Tevere, uno dei percorsi minori di pellegrinaggio alternativo alla via Francigena. L’ancestrale ossessione – scrive Fulvio Ricci – per le tenebre che trova un emblematico valore simbolico nella grotta oscura, si dissolve nella funzione esorcizzante del nome di Lucia cui, specialmente in un ambito di religiosità popolare, è intimamente congiunto un profondo significato magico-esoterico.

Il piccolo borgo di Mugnano ,di antica origine etrusca ,a quattro chilometri da Bomarzo di cui è frazione e a un passo dal Tevere, si erge solitario affacciato alla valle con il suo palazzo-castello e l’antica torre, riconoscibile anche da lontano.

La scoperta delle ‘Meraviglie’ di Bomarzo avvenne ad opera di un grande studioso, Domenico Gnoli, nella seconda decade del Novecento.

Solo dopo quarant’anni iniziarono le prime ricerche, molti artisti, letterati e studiosi furono attratti dal Sacro Bosco e dalle vicende del suo creatore: Salvator Dalì la definì un’ invenzione estetica unica, lo scrittore argentino Manuel Muijca Laìnez pubblicò nel 1962 il suo famoso romanzo “Bomarzo”, da cui fu tratta l’opera lirica del compositore argentino Alberto Ginastera.

Laìnez che aveva fatto ricerche approfondite sulla figura di Pier Francesco Orsini, Duca di Bomarzo, così lo descrive nel suo libro: Triste, strano, insicuro, un nostalgico furtivo sognatore. Un principe intellettuale, un uomo del suo tempo.

In primo piano l’Orco; sullo sfondo il tempietto, agli inizi degli anni Cinquanta

La storia di Bomarzo è anche questa e quella degli anni in cui il Sacro Bosco è stato ribattezzato Parco dei Mostri con introduzioni di piante non sempre appropriate all’ambiente storico e naturale del luogo.

Il complesso è curato dagli eredi di Giovanni Bettini, coinvolti, come tutti i responsabili di giardini e paesaggi di interesse storico della Tuscia, pubblici o privati che siano, nell’opera di tutela e valorizzazione di un patrimonio che appartiene all’intera umanità.

Nelle viscere del Palazzo Orsini si trova oggi il Museo delle Sculture Iperspaziali in acciaio inox di Attilio Pierelli, dove immaginazione, arte e scienza continuano a esplorare l’ordine-caos della natura.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

L’orso araldico che sostiene la rosa degli Orsini

 

 

Il tempietto dedicato da Vicino alla moglie Giulia Farnese

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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