Il territorio dove sorge Canino è formato da una serie di colline denominate Monti di Canino e da zone depresse caratterizzate dalla presenza di sorgenti termali, emissioni di gas, polle d’acqua in continua effervescenza qui chiamate ‘puzzole’.
Canino è conosciuta per i suoi uliveti e per la produzione di un ottimo olio d’oliva; tra il 7 e il 10 dicembre si celebra la sagra dell’ulivo con distribuzione a tutti i partecipanti della caratteristica “bruschettà”.
Intorno al 1443 l’antico borgo venne fortificato da Ranuccio Farnese considerato il capostipite dell’ascesa al potere della famiglia.
Paolo III Farnese, che era nato a Canino nel 1468, da cardinale aveva fatto abbellire il borgo creandovi una piccola corte, da cui i porporati partivano per memorabili cacciarelle al cinghiale.
Nei territori di boschi e macchie tra il fiume Fiora e il fosso Timone all’altezza del Ponte dell’Abbadia, i Farnese possedevano infatti una grande tenuta, chiamata il Paglieto, con cinghiali, cervi, caprioli e altri animali.
Le cronache del tempo riportano che nei pressi della Macchia del Paglieto era un anticaglia detta il Riano delle Terre di meravigliosa vista: un esplicito riferimento ai ruderi del grande centro etrusco di Vulci.
Annessa nel 1337 al Ducato di Castro, capoluogo dello “stato” dei Farnese, Canino era considerata una gioia in mezzo di tutte le terre e i castelli dello stato.
La città è legata anche al nome dei Bonaparte da quando, agli inizi dell’Ottocento Luciano Bonaparte, fratello di Napoleone, fu nominato dal Papa Pio VII, principe di Canino e di Musignano.
Fu Luciano Bonaparte a proseguire sistematicamente gli scavi che portarono alla luce i resti dell’antica Vulci, ad ingrandire per opera del Valadier il Palazzo baronale e a risistemare le terme di Musignano, dove la famiglia Bonaparte scelse come sua residenza l’antico convento, tra il 1814 e il 1857, dopo di che la proprietà passò ai Torlonia.
Nel giardino di Musignano erano esposti molti sarcofagi, mentre nell’abitazione erano raccolte straordinarie collezioni di vasi, di bronzi ed altri tesori etruschi che furono venduti a tanti musei pubblici e privati d’Europa.
Nell’amato soggiorno di Musignano Luciano Bonaparte si diede a migliorare le condizioni agricole delle sue terre; recuperò i vecchi alberi di ulivo abbandonati, facendo ripartire dal ceppo i fusti più vigorosi, fino a riportare a coltura e a produzione moltissime piante.
Il vigore vegetativo di un antico ceppo d’ulivo supera di gran lunga il tempo delle vicende umane.
Tra i Comuni di Canino e di Montalto di Castro si trovano i resti dell’antica città di Vulci con la sua immensa necropoli, il Castello e il ponte dell’Abbadia, situati sulla sponda sinistra del Fiora a confine tra Lazio e Toscana.
Il ponte a tre arcate, risalente ad epoche diverse, sovrastante il fiume ad un’altezza nell’arco mediano di più di trenta metri, era utilizzato come dogana dello Stato Pontificio per la riscossione del pedaggio del traffico delle merci e delle greggi transumanti.
Gli edifici abbaziali, l’antico monastero benedettino di S. Mamiliano, passarono ai Cistercensi, poi ai Templari (fino allo scioglimento dell’Ordine nel 1312), che eressero anche il Castello presso il ponte sul Fiora, oggi sede del ricco Museo Nazionale di Vulci; il luogo in passato era una zona strategica di raccordo delle vie provenienti dalla Toscana e dal mare.
Il Castello e il Ponte dell’Abbadia di Vulci così furono descritti dal Dennis alla metà del secolo scorso: Il ponte, il castello medievale, la torre rosso-scura che si staglia contro l’azzurro intenso del cielo, le grandi rocce di tufo rosso delle pareti del Fiora, il fiume che rumoreggia vorticoso nella stretta valle, costituiscono gli elementi di un paesaggio tra i più pittoreschi di tutta la maremma etrusca.
A monte del ponte dell’Abbadia, non lontano dalle rovine della città etrusca, si trova l’Oasi di protezione di Vulci gestita dal WWF e dall’Enel, con la preziosa collaborazione degli Enti locali: compresa nei comuni di Montalto e di Canino si estende per circa 160 ettari lungo il fiume Fiora, al confine con la Toscana.
Lungo la via d’Ischia, a poco più di un chilometro dal centro abitato di Canino, si trova la Ferriera, un monumento di archeologia industriale rimasto isolato in una valletta di particolare bellezza. Accanto ai resti dell’altoforno una cascatella e un laghetto formato dal torrente Timone accrescono il fascino del luogo. Tutto è ricoperto da rigogliosa vegetazione che ingloba le pietre degli edifici e i ferri delle macchine con effetti suggestivi che suscitano quel particolare sentimento romantico, dove nei monumenti abbandonati del passato convivono “flora e rovine”.

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