Sulle pendici orientali dei Cimini modellate da poggi, valloni e promontori, Caprarola domina dall’alto di uno sperone l’ampia distesa della Valle del Tevere.
Le acque, sposate alle forme del territorio, hanno scavato i fossi dai nomi curiosi, fosso del Prano, di Vasiano, di Citonella, della Madonna delle Grazie, hanno continuato a scorrere sotterranee e in superficie, fino ad essere incanalate dalla maestria degli artisti nei motivi originali di fontane, ninfei e peschiere di barchi e giardini.
Il primo insediamento di Caprarola sembra risalire al XII secolo, anche se il territorio circostante era abitato da tempo remoto; resti dell’età neolitica si trovano sul monte Venere, di tombe etrusche e di ville romane intorno al lago di Vico.
Nel 1504 la terra di Caprarola fu venduta dai Riario ad Alessandro Farnese, il futuro papa allora cardinale.
La politica dell’alto prelato era finalizzata ad unificare i vari feudi di cui era stato investito per creare uno stato governato dai Farnese, all’interno del Patrimonio di S. Pietro.
Il territorio era in parte coltivato a grano e segale, canapa e lino, fave e lupini, in parte lasciato a pascolo e a macchia,sulle pendici montuose era coperto di boschi di querce  e di castagni.
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Risultati vani ambedue i tentativi, pur godendo di grande prestigio nell’ambiente romano anche dopo la morte nel 1549 dell’anziano pontefice, il cardinale Farnese ritornò alle terre dei suoi avi, dove già esisteva la mole della rocca non ultimata alle spalle del piccolo borgo di Caprarola.
L’inizio dei lavori per la trasformazione della fortezza in palazzo, mirabile opera d’architettura di Jacopo Barozzi da Vignola, dopo un lungo periodo dedicato da parte dell’architetto ai disegni del progetto e alle verifiche con il cardinale Farnese, fu celebrato con il rito della benedizione nell’aprile del 1559.
Dai volumi massicci della rocca, furono generate le geometrie degli spazi, pentagono, cerchio, ellisse, trapezio, quadrato, per le forme ariose del palazzo, la sequenza delle arcate, il movimento delle rampe e i bastioni-terrazze che dominano tutto il paese d’intorno, la Sabina e la campagna fino a Roma; a fronte la piazza articolata sulla “via diritta” che aveva tagliato in due il borgo medievale per l’ascesa alla dimora principesca; a monte i giardini segreti, rigorosamente geometrici, in continuità con l’architettura del palazzo, e in sequenza il barco-parco, la relazione con la natura sulle pendici boscose, un luogo che Montaigne descrisse sterile ed alpestro.
L’imponente fabbricato si staglia scenograficamente a dominare dall’alto il borgo e il paesaggio, bene in vista già dalla strada di Monterosi, lungo un asse ideale che collegava la nuova residenza con i luoghi simbolo di Roma e del Lazio antico.
Numerosi furono gli artisti chiamati a decorare l’interno del palazzo, i fratelli Zuccari, il Bertoja, Raffaellino da Reggio, Giovanni de’ Vecchi e Antonio Tempesta tra i maggiori, secondo i programmi iconografici che lo stesso Alessandro Farnese discuteva con i letterati della sua cerchia, primo fra tutti Annibai Caro.
I lavori di sbancamento e di “spianamento” del terreno, che era in forte pendenza con affioramenti di tufo alle spalle della rocca, per creare i giardini, avevano comportato una spesa elevata.
I due giardini segreti, di forma quadrata, si aprono a ventaglio al di là del ponte sul fossato alle cui estremità vegliano le statue delle stagioni, e sono collegati al piano nobile rispettivamente con l’appartamento d’estate rivolto a levante-settentrione, e con l’appartamento d’inverno esposto a occidente-mezzogiorno.

 

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Nel 1578 il giardino di settentrione era già ultimato, suddiviso geometricamente in trentasei scomparti da spalliere sempreverdi all’interno dei quali erano molti alberi da frutto, con nicchie coperte di verdura in capo ai viali, un boschetto circolare di allori al centro e sedili per riposarsi.
Delle fontane che ornavano il giardino rimane solo la loggia-fondale dalla parte opposta all’entrata, un gruppo con al centro una Venere che sorge dal mare tra pomici, conchiglie e coralli in mezzo a gran bollor d’acqua.
La consuetudine dello svago in giardino è ricordata dalla presenza di una “stanza” per il gioco della pallacorda, uno spazio chiuso da muro che doveva trovarsi lungo la parete a settentrione.
I.    Il giardino occidentale non ancora completato, alla data del 1578 quando viene registrata la visita a Caprarola del papa Boncompagni Gregorio XIII, era suddiviso in sedici aiuole, aveva lungo il viale centrale un comodo pergolato d’uva dalla volta a botte che conduceva alla Grotta dei Satiri. Anche questo quadrato che corrisponde all’appartamento d’inverno era piantato con alberi da frutto all’interno degli scomparti delle aiuole; una bellissima spalliera di agrumi si trovava in luogo riparato, lungo il ripiano superiore del muro di fondo, ai lati della fontana degli Alicorni.
Quattro fontane, scomparse nel corso dei secoli successivi, una Venere che spargeva le rose, un Amore dormiente, una Leda col cigno e un Delfino, alludevano attraverso il mito pagano, pur nel nuovo clima controriformista, alle lusinghe dell’amore e ai simboli della sua purificazione.
Il cronista riporta che sua Santità riposatosi alquanto uscì fuori nel giardino col Signor Maestro di Camera solamente et andò a bagnarsi le mani in una di quelle fontane, ragionando un poco col giardiniera, dimandandogli d’alcune di quelle piante.
I letterati del tempo cantavano nei loro versi i colori e i profumi  dei fiori che dovevano essere presenti negli scomparti delle aiuole com’era consuetudine nei giardini cinquecenteschi: gigli, viole, giacinti, narcisi, crochi, rose e sui rami degli alberetti da frutto, mele, pere, prugne e gli agrumi preziosi.

La Grotta destava lo stupore dei visitatori: era sostenuta da sei grandi satiri et huomini salvatici, con varie caverne fatte di spugne e di tartari che sembravano veramente create dalla natura e dall’acqua che sgorgava con gratissimo mormorio tra gli scogli, il muschio, i giunchi e molte varietà di pesci che guizzavano d’intorno.
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L’originale ninfeo prosciugato dall’acqua era servito come scena per la rappresentazione del Pa- stor Fido del Guarini e al tempo del cardinale Odoar- do per Gli intrighi d’amore del poeta Liberati.
E dove passavano i condotti dell’acqua, davanti alle fontane e alle grotte, minutissimi schizzi improvvisamente bagnavano i curiosi e gli ospiti del cardinale.
A cerniera dei due giardini, in luogo del primitivo portale, fu di lì a poco realizzata la rustica fontana del pastore con scogli, muschi e una selvet- ta amena di abeti e pini che evocava grotte naturali e ambienti alpini.
Dai giardini segreti si saliva, come ora, sulle pendici del monte dove, raccchiusi aH’interno di una cinta di muro, che di lì a poco si sarebbe ulteriormente ingrandita, partivano diversi viali: bellissime vie coperte di ombre, con boschetti di ginepri et piantate di olmi, d’abeti et d’altre sorte d’arbori drittissimi con varie pergolate d’uve. Da una parte si trovava una regolare piantata di castagni, dall’altra si stava facendo un barco per mettervi animali e ancora più in alto un piano spazioso con un’originale fontana al centro era ombreggiato da alti alberi di castagni collegati tra loro con pergole dalla volta a botte, vestite di edera e di altre piante, una tipologia di giardino che perdurava nel tempo.
Intorno al 1584 in questa zona avvengono radicali cambiamenti: il cardinale Alessandro Farnese chiama al suo servizio Giacomo Del Duca, scultore e architetto, allievo stimato di Michelangelo, (il Vignola era morto nel 1573) per la sistemazione di un luogo riservato alle conviviali cene all’aperto e contemporaneamente scrive al Generale di Camaldoli per avere quattrocento piante d’abete per il suo barchetto di Caprarola.
Si tratta dell’abete bianco che formava nell’antichità ampie foreste in tutto l’Appennino, difeso poi dai monaci di Camaldoli, Vallombrosa e La Verna.
Era questa la tipologia consolidata del giardino italiano nella seconda metà del Cinquecento: catturare l’eterna primavera non soltanto con le siepi e le spalliere sempreverdi, ma ricreare la natura dei boschi montani con le grandi conifere. Così avveniva, tra l’altro, a Pratolino voluto da Francesco I dei Medici, nel giardino del duca Ottavio Farnese fratello di Alessandro a Parma e nella Villa del cardinale Gambara a Bagnaia che già dal 1579 aveva inutilmente tentato di piantare abeti nel suo nuovo giardino.
L’impianto di abeti di Caprarola si è rinnovato “naturalmente” nei secoli, altri sono stati sostituiti nel triplice vialone, alcuni sono monumenti centenari pur non essendo questo il loro habitat naturale.
La sistemazione del giardino superiore si sviluppò lungo il pendio con la creazione di una fontana circolare nel canocchiale del Vialone di abeti, con la Catena d’acqua e la fontana del Bicchiere: un’acesa tra gli alberi, seguendo lo spumeggiare argenteo dell’acqua fin dentro la sala

da pranzo a cielo aperto dalle pareti rivestite di pomici, immersa nel bosco di castagni sotto la fontana-calice che alludeva alle liete libagioni, ai piedi delle due grandi divinità fluviali. Ma la salute e l’età non consentivano più al cardinale Farnese di cenare all’aperto, come sostiene anche per sé l’amico cardinale Gambara, che, in una lettera del 1584 dalla vicina Bagnaia (dove stava creando il suo giardino) consiglia di costruire una loggia coperta per godere, dall’alto, la fontana e il parco fino a Caprarola.
Nasce così il Casino di Piacere tra il 1584 e il 1586, architetti Giacomo Del Duca e Giovanni Antonio Garzoni da Viggiù, in continuità con le maestranze del cantiere, dopo la morte del Vignola nel 1573. Alessandro Farnese potrà goderne per poco perché morirà nel 1589 designando suo erede il pronipote, cardinale Odoardo.
Il completamento e la sintesi magistrale del giardino superiore di Caprarola, a seguito dell’ingegnosa creazione di Giacomo Del Duca, è opera di Girolamo Rainaldi intorno agli anni 1620 per volere del cardinale Odoardo Farnese.
Ai piedi della catena dei delfini si inseriscono i due padiglioni con giochi d’acqua, viene sistemato il giardino di verdura a fronte della Palazzina del Piacere, con le fontane dei cavalli marini e la splendida balaustra davanti agli alti cipressi un tempo a spalliera, che sostiene le grandi erme, come numi tutelari del luogo, sembra opera di Pietro Bernini (padre del celebre Gian Lorenzo) e dei suoi collaboratori.
Due scale ornate da eleganti fontanelle a ricasco con delfini per tutto il parapetto portano all’ultimo ripiano; qui si trova la fontana del giglio e come fondale l’originale Giardino di Fiori, dai compartimenti a terrazza sul pendio, ornati ai lati da una cordonata di piccole fontane con mascheroni.
L’arredo scultoreo delle fontane con il loro corredo zoomorfo degli ambienti marini era completato da sfere di peperino sui loro piedestalli a ritmare lo spazio del Giardino di Flora.
Come fondale della composizione, tra le sagome colonnari degli abeti e le cupole dei castagni, chiude la scena il prospetto con le Ninfe e i misteriosi Alicorni, simbolo araldico dei Farnese che introducono nel folto del bosco verso il Portale detto dei Gigli, sulle pendici del monte.
Dal monte proviene l’acquedotto farnesiano che attraverso un cunicolo di sette chilometri portava l’acqua al palazzo, ai giardini e alle fontane pubbliche del borgo.
In queste prime decadi del Seicento il poeta descrive di nuovo i fiori della primavera nei Giardini Segreti, la viola bianca e vermiglia, le rose, i gigli, il mirto, il gelsomino, l’edera, l’acanto, l’amaranto, il giacinto e il narciso, gli alberi da frutto e tra gli agrumi, il cedro; una spalliera di verdi smeraldi continua a rivestire il muro di confine; nei vasi di legno e di terracotta vengono registrati, aranci e melangoli, piante di gelsomino e piante con pigne, nell’inventario del 1626, alla morte del cardinale Odoardo.
Si può dire a questo punto conclusa, dopo circa sessant’anni e alterne vicende, la storia delle origini dei giardini di Caprarola: ora possiamo appena immaginarli.
Gran parte di questa storia è ancora prigioniera nei frammenti nascosti sotto l’erba e la terra, nei documenti ancora inesplorati, nelle analisi sui giardini coevi non abbastanza studiati.
La pietra, la pittura, la stoffa conservano i segni del tempo, il giardino si evolve, cambia, muore, rinasce, ogni suo frammento è prezioso, ogni sua testimonianza rimanda a un momento soltanto della sua storia.
Estintasi la discendenza in linea maschile dei Farnese nel 1731 e passata la proprietà ai Borbone, una descrizione accurata del 1741 fatta dal soprintendente di Carlo di Borbone re delle Due Sicilie, testimonia alcuni cambiamenti nei riquadri di verdura delle siepi, sembra secondo l’uso del tempo con disegni di bosso ad arabeschi, qui rappresentanti i gigli farnesiani.
Viene registrata la presenza di platani e cipressi, alcuni vetusti ancora oggi in vita nei Giardi ni Segreti e i bellissimi viali d’Abeti piantati con ordine, e framezzo folta selva di simil alberi posti i filo, e dovuta simmetria, per un bellissimo e delizioso passeggio per l’Estate’, il giardino attraverso secoli è testimone dello spirito del suo tempo. Oggi il visitatore è attratto anche dalla flora spon tanea del bosco mentre sale alla Palazzina del Piacere, dalle orchidee selvatiche sotto i castagni cer tenari, dal corredo di fiori primaverili nel loro ambiente naturale. Nei giardini si trovano alberi mo

numentali, cipressi, abeti bianchi, due platani orientali completamente cavi e agrifogli alti come alberi, salvati dalle forbici, all’interno delle siepi miste di sempreverdi.

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Gli ultimi decenni sono stati testimoni della vita del giardino che cambia, sia per fattori naturali, che per gli interventi umani. Arduo è il compito di chi deve prendere decisioni in merito agli interventi di restauro, di conservazione e di manutenzione del complesso farnesiano di Caprarola, considerato anche in relazione a Villa Lante e al Sacro Bosco di Bomarzo, per i legami che intercorrono tra questi sommi capolavori della storia e dell’arte dei giardini.
Nel territorio farnesiano, oggi Comune di Ronciglione, si trova un antico bosco di cerri che faceva parte del barco, la famosa tenuta di caccia del cardinale Farnese, fatta costruire a cominciare dal 1569 negli stessi anni della fabbrica del Palazzo.
La descrizione che ci è pervenuta è stata redatta in occasione dell’arrivo a Caprarola nel 1578 del papa Gregorio XIII e del suo corteo che iniziarono i festeggiamenti con una grande battuta nel barco farnesiano seguita da libagioni nel Casino di caccia, oggi diroccato, realizzato da Giovanni Antonio Garzoni che successe al Vignola nei lavori di Caprarola.
Due miglia di muro circondavano la tenuta con i suoi boschi, macchie e praterie; una copiosa sorgente alimentava un ruscello e andava a formare un lago artificiale, oggi prosciugato, dove era stata messa una gran quantità di pesci.
AI centro del lago-peschiera una piccola isola quadrata era piantata con alti pioppi e sulle sponde numerosi platani orientali, l’albero mitico delle passeggiate pubbliche in Grecia e a Roma. Il platano orientale era ritornato in auge nei giardini tardorinascimentali (ne rimangono in vita ancora esemplari pluricentenari), prima che la specie fosse incrociata con il platano occidentale proveniente dall’America, dando origine ai platani ibridi delle città europee.
Anche il parco delle Scuderie farnesiane a Caprarola conserva grandi alberi e belle spalliere di bosso; altri abeti centenari e alberi d’alto fusto fanno parte del complesso di Santa Teresa, voluto come ritiro privato dal cardinale Odoardo Farnese e realizzato da Girolamo Rainaldi intorno al 1620.
Giardini, barchi e parchi insieme alla Riserva naturale del lago di Vico costituiscono il patrimonio storico e naturalistico del territorio di Caprarola.

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La Riserva Naturale del Lago di Vico che fa parte del Comune di Caprarola è formata per la  maggior parte da boschi di cerri, di querceti misti, di castagni cedui e di fàggi con il loro ricco corredo floristico e nella parte pianeggiante della caldera da una ricca vegetazione palustre. Interessanti sono gli aspetti faunistici, in particolare quelli che riguardano gli uccelli acquatici, comprendenti più di un centinaio di specie, la maggior parte nidificanti tra i Canneti, le zone paludose e prative intorno al lago, che costituisce uno dei punti  di svernamento più importanti del lazio.

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