Un viterbese su dieci è straniero. Più precisamente, lo era alla fine dello scorso anno, cioè prima della devastante epidemia di Coronavirus, che comunque non deve aver alterato più di tanto l’identità della popolazione: circa settantamila i residenti conteggiati nel capoluogo al 31 dicembre 2019 e 6.931 di loro stranieri. Così almeno certifica l’Istat nel suo più recente rapporto, precisando che con il termine “stranieri” vengono considerate le persone di cittadinanza non italiana aventi dimora abituale nel nostro Paese. Ed è una precisazione non banale in quanto i numeri non tengono conto, per oggettive ragioni, di tutti coloro che vivono ai limiti, quando non dentro, il pianeta confuso e magmatico della clandestinità. In altre parole, l’Istat prende in considerazione gli stranieri legalizzati e non coloro la cui identità e presenza non sono state riconosciute. Soltanto dieci anni or sono, quindi non un’eternità, la presenza straniera arrivava a una quota che ballava intorno alle quattromila unità. Il che vuol dire che in un decennio la popolazione estera è cresciuta di tre quarti raggiungendo esattamente la percentuale del 10,2%. L’istituto di statistica precisa che la colonia più folta è quella rappresentata dai romeni: 2.269 persone (1.007 maschi e 1.262 femmine) che con un 32,74% contano praticamente un terzo dell’intera popolazione straniera residente a Viterbo. Seguono i nativi dello Sri Lanka (ex Ceylon) con l’8,4% e dell’Ucraina con il 4,7%. Nella città dei Papi comunque sono presenti donne e uomini di tutti i Paesi della terra, nessuno escluso: dal Kosovo alla Finlandia, dal Pakistan alle Filippine, dal Burkina Faso al Ruanda, dal Messico all’Honduras. L’Istat disegna anche l’identikit dello straniero diventato viterbese: è di nazionalita romena; se maschio viaggia fra i 30 e i 34 anni; se femmina fra i 35 e i 39. Parametri che possono anche far immaginare il lavoro che svolgono: impiegati presso ditte locali di piccole e medie dimensioni (edili, per esempio), artigiani, agricoltori part time sul fronte maschile. Attive nel settore dell’assistenza sociale per anziani, in pratica badanti, le donne. Si tratti di romeni, africani, asiatici, latino americani, in ogni caso hanno contribuito a far scendere di molto l’età anagrafica della popolazione viterbese che per un terzo supera – ormai da anni – la soglia dei sessanta. Insomma, sta arginando il rischio di una lenta e sembra inesorabile trasformazione della Tuscia in una gigantesca casa di riposo. L’Istat nel suo rapporto di fine anno va oltre Viterbo e le sue mura castellane allungando i parametri di ricerca ad altri 23 comuni limitrofi che sorgono entro i 25 chilometri dal capoluogo. La conferma che balza immediatamente all’occhio è la presenza, più che massiccia, della colonia romena. Prima in assoluto ovunque, tranne che a Canepina e a Caprarola dove prevale la rappresentanza albanese. In diversi centri, quindici per l’esattezza, dell’hinterland la percentuale degli stranieri di nazionalità romena supera quella di Viterbo città. E’ il caso di Vitorchiano (35,6%), Vetralla (55,4%), Bomarzo (36,1%), Montefiascone (38,2%), Carbognano (42,4%), Villa San Giovanni (54,1%), Ronciglione (52,3%), Blera (53,0%), Bassano in Teverina (52,8%), Fabrica di Roma (51,1%), Capranica (55,9%), Marta (35,0%). A Monteromano i romeni costituiscono addirittura l’83,5% dell’intera comunità straniera. Il ruolo dell’Istat è, ovviamente, quello di stilare statistiche, non quello di fare previsioni, ma non è necessaria una forte dose di fantasia per immaginare che il rapporto tra stranieri e viterbesi doc è destinato a mutare progressivamente sulle cadenze del trend scattato da un decennio. Fondamentale che prosegua nel rispetto dei canoni della pacifica convivenza.

 

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