Non saprei dire quanti anni avevo quando ho visto per la prima volta la Madonnina, ma ricordo che avevo ancora l’età in cui si tiene stretta la mano del proprio genitore quando si cammina per strada. Sono certa che frequentavo i primi anni della scuola elementare. Tendo sempre a catalogare i miei ricordi in base alla scuola che frequentavo, almeno fino ad una certa età.

Era una mattina, probabilmente una domenica. L’aria era fredda e prima di uscire da casa, mia mamma mi aveva fatto indossare un pesante cappotto, i guanti, la sciarpa e il cappello. Mio fratello aveva la febbre e rimase sul divano a guardare i cartoni animati.

Dopo un breve viaggio sulla linea rossa della metropolitana, io e il mio babbo siamo scesi alla fermata Duomo. Abbiamo raggiunto la statua di Garibaldi e a quel punto mio padre ha sfilato la mano dal guanto, ha portato l’indice in alto e mi parve di vedere che facesse il solletico alla corona della Madonnina.

“La vedi? Quella è la Madonnina che domina Milano ed è tutta d’oro!” mi disse sottovoce come se fosse un segreto. Io mi guardai velocemente intorno per essere certa che nessuno lo avesse sentito. Pensai che fosse pericoloso che una statua tanto preziosa fosse così in vista.

“Non la rubano?” chiesi. Mio padre ridacchiò e mi rispose che sarebbe stato difficile arrivare fin lassù e portarla via senza che nessuno se ne accorgesse. Io presi per buone le sue parole e continuai a guardare quella piccola statua dorata che impennava nel cielo grigio di Milano, sognando di arrivare fin lassù e vederla da vicino.

Da adolescente andai con degli amici fin sopra il tetto del Duomo e per vederla meglio. Era una mattina di primavera e con alcune compagne di scuola, all’epoca frequentavo il secondo o il terzo anno delle superiori, avevamo deciso di anticipare di un giorno le festività di Pasqua e invece di andare scuola ci eravamo concesse quella gita.

All’entrata, in basso, ci erano state prospettate due alternative per raggiungere il tetto: l’ascensore interno o le scale esterne. Io scelsi le scale senza doverci pensare, non volevo perdermi lo spettacolo di vedere la città rimpicciolirsi ad ogni rampa che salivo.

Quando arrivai in cima, sulle prime rimasi delusa. La Madonnina me l’ero immaginata più grande, anche se piccola non era. Non ci si poteva avvicinare granché, però la vidi sicuramente meglio di quando da bambina mio padre me la indicò da Piazza Duomo.

Nel 1995 ho lasciato Milano, le scuole le avevo finite da un pezzo e già lavoravo in Banca da due anni. I miei colleghi organizzarono una festa a sorpresa per salutarmi e augurarmi buona fortuna e uno di loro, che si divertiva a scrivere poesie con la rima, me ne dedicò una di cui non ricordo molto ma non ho mai dimenticato il finale: “…con questo o con quello ci furon tempeste, ma niente rancor è giorno di feste, in molti ti amiamo e tu ricorda i colleghi, ricorda Milano.”

Era il primo di settembre quando da Milano arrivai in un minuscolo paese toscano ai confini con il Lazio, dove diedi inizio alla mia seconda vita, sposandomi. Da quel momento ho iniziato a catalogare i miei ricordi in base al matrimonio che avevo contratto e al numero di figli che avevo.

Dalla mia città Natale mi ero portata via solo pochi abiti, qualche fotografia e, naturalmente, il mio lavoro che però svolgevo in una Filiale a Viterbo che si trova a cinquanta chilometri da dove abitavo. Così per cinque anni, ogni giorno, tolto il periodo delle due maternità, ho viaggiato con la mia automobile lungo quella strada piena di curve che mi ricordava spesso la pista per le biglie, che facevo con il sedere sulla sabbia al mare con l’aiuto di mio fratello che mi tirava per le gambe.

Arrivai a Viterbo proprio alla vigilia della famosa sfilata della macchina di Santa Rosa. Non sentivo che parlare di questa macchina che spesso i clienti e i colleghi chiamavano ‘màghina’ e io sulle prime non capii se si riferivano sempre alla stessa cosa.

“Lo sai cos’è la macchina?” mi chiese un collega. Uno di quelli che evitava di ripetere, ridendo, le parole che pronunciavo con le vocali aperte.

“Una macchina” risposi senza sapere cosa rispondere e immaginando un oggetto con quattro ruote e un motore. Non riuscivo proprio ad attribuire qualcosa di diverso a quel nome.

Invece lui mi spiegò che era tutt’altro e mi disse che la sera del tre di settembre, come ogni anno dal 1258, cento uomini vestiti di bianco, con una fascia rossa in vita, trasportano sulle spalle, lungo le vie principali della città, una statua di cartongesso per rendere omaggio a Santa Rosa, patrona di Viterbo. Mi incuriosii, così gli porsi qualche domanda e lui si prestò volentieri a rispondere e lo fece con una fierezza ed un orgoglio di cui non comprendevo la ragione.

‘Che c’entra lui?’ mi chiesi.

Grazie al racconto del mio collega scoprii che Rosa era stata una suora, deceduta nel 1251 in giovane età, per la Pentalogia di Cantrell. Il suo corpo giace, inspiegabilmente integro, nella Chiesa che prende il suo nome e che si trova nel centro storico di Viterbo. Prima e dopo la sua morte sono avvenuti eventi miracolosi che le sono stati attribuiti e uno fra i tanti, dopo il suo decesso, risale al 1357 quando un incendio avvolse l’urna della Santa lasciando il suo corpo miracolosamente intatto.

Mentre il mio collega mi raccontava di questi prodigi, io rimasi incantata ad ascoltarlo come una bambina mentre le raccontano una fiaba.

Finché frequentavo Viterbo per il lavoro e qualche cena con il marito e gli amici, non mi accorsi dell’intensità con cui i viterbesi vivevano il periodo antecedente la sfilata della ‘màghina’. Periodo che peraltro dura un mese, più di quanto io da bambina aspettassi l’arrivo di Babbo Natale, ma questo largo anticipo trova la sua motivazione nel fatto che, dai primi giorni di Agosto, nella piazza San Sisto, punto di partenza della ‘màghina’, gli addetti ai lavori iniziano a costruire la struttura metallica che coprirà di tre quarti la scultura che sarà assemblata successivamente.

Dopo cinque anni dal mio trasferimento da Milano, ho dato inizio ad un’altra fase della mia vita lasciando la toscana e trasferendomi a Viterbo con i miei figli. Quando i piccoli erano dal padre, io iniziai ad esplorare la città e a conoscere i suoi abitanti. Dopo due anni ho pure convolato a giuste nozze con un uomo del luogo, con cui ho avuto la mia terza figlia che, essendo nata a Viterbo, ha creato, a sua insaputa, un legame fra me e questa città molto più forte di quanto avessi mai potuto immaginare.

Prima di allora pensavo a Viterbo solo come ad un luogo in cui abitavo perché ci lavoravo e perché era vicino al paese in cui viveva il padre dei miei primi due figli. Niente di più.

Con il tempo però ho imparato a conoscere le chiese, le piazze, i giardini, a scoprire i piccoli segreti di vicoli speciali ma anche i pub, e le pizzerie che mi facevano rimpiangere la pizza alta che servono nelle pizzerie napoletane a Milano. Nella mia città Natale ci tornavo ogni anno a fine estate, i primi di settembre, approfittando del fatto che le scuole erano ancora chiuse e al lavoro godevo di un giorno di festa grazie alla patrona.

Poi i figli sono cresciuti, sono diventata libera di Stato per la seconda volta (non si dice divorziata, non è carino) e ho iniziato a prestare maggiore attenzione a cosa capitava tra Agosto e Settembre in quella che era, ormai, la mia città, anche se qualche amico viterbese si divertiva a chiamarmi ‘la milanese’, mentre quando andavo a Milano le mie amiche dicevano ‘oh, guarda! E’ venuta la viterbese’.

Avevo l’impressione che le persone che conoscevo si rimbalzassero la mia ‘cittadinanza’ come una patata bollente: i primi forse per la cocente delusione di essermi impossessata del loro territorio, i secondi per aver voltato le spalle alla città Natale. Non lo so, non l’ho mai capito. Ora mi sento come quelli che hanno la doppia cittadinanza.

Insomma ero arrivata ad un punto in cui non avevo più scuse per distrarmi dall’importanza che i viterbesi attribuiscono a questa benedetta ‘macchina umana’, che scarrozza in giro per la città il baldacchino trionfale che ha vinto l’appalto e che per cinque anni innalzerà al di sopra dei tetti di Viterbo la statua di Santa Rosa, la patrona della città, che ha il corpo tutto intero – solo un po’ abbrustolito – e che secondo me fa anche un po’ impressione con quei denti piccoli e bianchi che spuntano fuori dalla bocca.

Negli anni passati, i primi di settembre, ero sempre troppo concentrata a pensare al mio imminente viaggio a Milano e le voci sulla ‘màghina’ che sentivo al lavoro, al supermercato, per strada, ovunque! Le lasciavo dissolversi nell’aria, lontano dal mio campo uditivo, un po’ come quando ero piccola e la domenica pomeriggio, mentre giocavo o litigavo con mio fratello, sentivo in lontananza la telecronaca della partita che mio padre seguiva alla radio: lui di tanto in tanto borbottava, altre volte esultava per un goal anche se non ne aveva alcun merito, proprio come i viterbesi che si sentono fieri e orgogliosi di Santa Rosa, quando sono solo nati nella città in cui qualcuno, a suo tempo, aveva deciso di santificare un’adolescente morta prematuramente.

Che poi io mi sono sempre chiesta: a cosa si sarebbero appassionati i viterbesi se non fosse esistita Santa Rosa? Ci sarebbe stato qualcos’altro capace di far sentire allo stesso modo ognuno di loro, una parte di qualcosa di grande? Per quale altro motivo i giovani, e anche i meno giovani, si sarebbero accampati nelle piazze, nelle vie, sin dalle prime ore della mattina di ogni tre settembre, per assicurasi il posto ritenuto migliore per assistere al trasporto della ‘màghina’?

Neanche una squadra di calcio può unire così tante persone, perché ogni squadra ha un avversario. Neanche un partito politico può rendere così affiatato un popolo, perché ognuno ha un proprio ideale. Neanche una religione può unire in maniera così compatta gli esseri umani, perché ognuno ha un proprio credo. Invece Rosa, una suora che è vissuta solo sedici anni, morta secoli fa, è riuscita a infondere nell’animo di quasi settantamila persone un solo sentimento.

Sono nata e cresciuta a Milano, sono nata prematuramente di otto mesi e nella mia vita ho sempre avuto fretta, come mi rimprovera mia madre: ‘Monica hai sempre fretta! Sei pure voluta nascere prima!’ Sì, ho avuto fretta anche di sposarmi e riprodurmi e a quarant’anni ero già separata e avevo tre figli. Ho sempre fretta di fare le cose per avere più tempo dopo, per fare altre cose in fretta.

Quando sento dire: ‘Questo si farà dopo Santa Rosa’ mi viene il nervoso. Perché procrastinare qualcosa che si può fare subito? Mica devono tutti andare a Porta Romana a montare la macchina! Ci sono gli addetti ai lavori per questo. Se invitassi uno di loro a fare una passeggiata alla Faggeta o a Capodimonte sul lago di Bolsena il 30 di agosto e mi sentissi rispondere: ‘Dopo Santa Rosa’ lo capirei, ma la mia amica, con la quale ho trascorso serate divertenti per tutta l’estate, cosa ha da fare che mi deve dire ‘dopo Santa Rosa’ se la invito a venire con me al mare il 28 Agosto?

Forse è uno stato mentale che non riesco a fare mio perché non sono di Viterbo. E se io catalogo la mia vita in base alla scuola che frequentavo, o al matrimonio che stavo vivendo qui, a Viterbo, i viterbesi catalogano la loro vita in base al prima o dopo Santa Rosa.

Il trasporto della macchina l’ho visto solo una volta in 20 anni che vivo a Viterbo: Fiore del Cielo nel 2014 in via Marconi (unica ed esclusiva occasione in cui il trasporto è avvenuto anche in quella via). Quella sera ero a casa da sola e il mio amico Mauro mi chiamò e mi disse: ‘C’è posto in via Marconi, vieni?’ Risposi vaga, sminuendo la cosa, ricordandogli quanto non mi importasse ‘di questa pacchianata’. Lui non si offese e mi disse: ‘Noi siamo qui’.

Mentre facevo zapping, stravaccata sul divano, immaginai tutta la popolazione ammassata sulle vie in attesa di questo coso luminoso che spunta dal buio e incanta tutti. Almeno così mi era sempre stata raccontata. ‘Mi commuovo ogni volta! E non posso trattenere le lacrime!’, mi aveva detto un’amica tempo addietro, e io pensai ‘questa è scema’, ma non le dissi niente, scegliendo di rimanere nella posizione di superiorità che mi ero costruita e nella quale mi sentivo al sicuro e comoda.

Quella sera però, mentre l’aria tiepida di fine estate scivolò sotto la tenda per accarezzarmi la nuca, qualcosa si mosse dentro di me. Mi resi conto che sul mio piedistallo milanese ero sola mentre per terra, dalle prime luci dell’alba di quella giornata, c’erano tantissime persone che avevano trascorso lunghe ore facendo tante cose e niente, ma insieme per attendere un evento unico che avrebbero dovuto aspettare altri 364 giorni per riviverlo.

Non era come il Natale, perché a tavola con i parenti ci si ritrova pure a Pasqua e, chi può, pure la domenica di ogni settimana. Quella sera non aveva neanche l’unicità del compleanno, perché i doni li riceviamo e li facciamo anche in altre occasioni. Quella era la sera del 3 settembre! La sera del trasporto della ‘màghina’ di Santa Rosa’ e il giorno dopo c’è la fiera dove ci sono sempre le stesse cose, ma chi se ne frega! Un giro alla fiera non lo fai? Che poi incontri quell’amico che non vedi da mesi, la zia anziana che si è fatta forza ed è uscita da casa, incontri il tuo vecchio compagno di scuola che è andato a vivere all’estero ma per il trasporto è tornato a Viterbo.

Su quel piedistallo quella sera mi sentii scomoda, così uscì da casa per raggiungere Mauro e i suoi amici che trovai uno accanto all’altro, stretti ma comodi, su una panchina improvvisata con una birra in mano, ed una anche per me. Insieme a loro rimasi in attesa dell’arrivo della famigerata macchina di Santa Rosa.

Il brusio della gente si affievolì nel momento in cui se ne percepì l’arrivo. Il silenzio fu rotto dalla voce del capo-facchino che dava il tempo agli uomini sotto la macchina. Di tanto in tanto urlava parole di incoraggiamento: “Dai! Forza! Così!”

Quando vidi la scultura luminosa penetrare il buio della notte con i suoi trenta metri di altezza, provai un calore improvviso in mezzo al petto, una stretta allo stomaco per l’emozione. Fu intenso, stravolgente, fantastico sentirmi di un sentimento con tutte quelle persone che, come me, erano rapite da tanta bellezza.

La macchina percorse tutto il viale, poi girò e si fermò. Il capo-facchino diede disposizione per far uscire a scaglioni i facchini da sotto la macchina e altri infilarono degli appoggi in legno per sostenerla affinché tutti gli uomini potessero uscire per riposare.

“Allora?” mi disse Mauro.

“E’ pericoloso!” mi venne da dire, richiamando la mia parte razionale per non farmi travolgere dalle emozioni.

“Tranquilla, che prima di iniziare il prete dà l’estrema unzione a tutti.”

Non riuscii a replicare, a dire che ero atea e la cosa non mi tranquillizzò affatto, anzi ero scioccata al pensiero che quegli uomini, molti dei quali padri di famiglia, si prestavano, consapevolmente, ogni anno a fare qualcosa di tanto pericoloso da rischiare la vita.

“Sollevate e fermi!” urlò dopo qualche minuto il capo-facchino.

La macchina si risollevò e percorse viale Marconi al contrario e io mi sentii privilegiata a vederla per la seconda volta senza dover aspettare 364 giorni.

Mentre tornavo casa mi venne in mente la Madonnina che domina Milano e mi sentii in colpa nei suoi confronti per essermi emozionata così tanto per Santa Rosa. Poi pensai che sarebbe bello se a Milano organizzassero una cosa del genere e corpulenti uomini milanesi trasportassero la Madunina da piazza Castello, lungo via Dante, poi una sosta in Piazza Cordusio dove c’erano le Poste Centrali e adesso c’è Starbucks, per poi proseguire per la galleria di Corso Vittorio Emanuele, un giro, una pausa, poi un sollevate e fermi e poi di nuovo in Galleria a schiacciare le palle del toro che porta bene e infine a Piazza del Duomo.

Sorrisi felice nell’immaginarmi la scena, sentendomi piacevolmente sciocca. Per strada incontrai la mia amica Caterina mentre faceva ritorno a casa con la sua famiglia.

Una domanda tipica del prima e del dopo il trasporto è: dove la vedi macchina? Dove l’ha vista la macchina? E Caterina non fu da meno.

“A Mo! Com’è che non sei a casa tua a Milano?”

“Ho assistito al trasporto della macchina di Sant..”

“Cheee cosaaaa? Tuuuu? E ndo’ l’hai vista?”

“In via Marconi” risposi con un sorriso fiero come se ne avessi qualche merito.

Caterina buttò giù gli angoli della bocca e rivolse il palmo della mano al cielo e rivolgendosi al marito disse:

“Ma guarda questa che culo che c’ha avuto! L’ha sempre schifata la nostra Rosellina e mo’ l’ha vista nel mejo posto! Va via milanese!”

Però va detto che lo disse d’un sentimento.

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