Il documentario fa parte del ciclo Di là dal fiume e tra gli alberi, la puntata s’intitola:”Tuscia, sogni e favole“.Prodotta da Rai Cultura, andrà in onda su Rai3, domenica 13 settembre, alle 10 30 del mattino.

La Tuscia appare come un sogno, dentro un altro sogno. Un luogo di magia paradossale, in cui il falso risuona come un momento del vero.

Stando a certe carte cinquecentesche, sono i figli di Noè, ritratto in abiti papali, a fondare Viterbo, da precursori del popolo etrusco.

Anche i mostri di pietra di Bomarzo sono gli arcani frammenti di una mappa, sognata da Vicino Orsini, per orientarsi nella selva oscura dell’esistenza. Sospesi tra umano e divino, come le streghe che ancora sembrano volteggiare sul lago di Bolsena, inseguite con lo sguardo da pescatori e artisti. Per gli uni e per gli altri, il lago è sostentamento e ispirazione.

Pier Paolo Pasolini ritrovava, nella sua torre di Chia, il proprio Medio Evo interiore, vicino e lontanissimo da quello del Brancaleone di Monicelli e Gassman, girato in larga parte in una Tuscia non ancora contaminata dall’industrializzazione.

Federico Fellini, invece, trasformò Viterbo nella Rimini Vitellona dei suoi ricordi.

Forse per capire la Tuscia, bisogna percorrerla a piedi, perdendosi nelle sue forre, in quegli anfratti che sembrano cambiare forma dopo ogni passo umano. Rimanendo identici a se stessi, da secoli.

Descrizione

Nei dintorni di Montefiascone, svanite le streghe all’apparire del
sole, è rimasto un artista calabrese, Carmine Leta. Maneggia
sapiente fili di ferro, come officiando oscuri riti pagani. Forse
cerca di irretire l’orizzonte nelle sue linee, ma è lui a sembrare
ormai beatamente prigioniero del luogo. E così sembra pensarla un
demiurgo siciliano, partito dallo stretto messinese, per accasarsi a
Bolsena. Idoli di argilla, impasto di sorrisi sardonici da etruschi,
labbra forti da pupi siciliani, ombre di Magna Grecia. Frammenti di
antiche civiltà, fusi e reinventati con dolcezza lenta, senza cattive
intenzioni. Solo per lasciare ai turisti stranieri una sintesi
multiforme dello spirito della penisola, osservata dal Castello di
Bolsena. Reperti di una storia mai avvenuta, ammantati di
leggenda. Come le false prove della fondazione mitica di Viterbo,
create ad arte tra quattrocento e cinquecento, dal frate domenicano
Giovanni Nanni, meglio noto come Annio da Viterbo. Abile nel
fabbricare lastre di pietra dalla presunta origine etrusca, piene di
volti greci, affiancate da documenti longobardi e marmi egizi.
Tutto rigorosamente falso, ma raccontato divinamente, in
diciassette volumi chiamati Antiquitates. Viterbo, infatti, accarezzò
a lungo l’illusione di competere con Roma, prima di diventare un
satellite, di quella città troppo lontana per scaldarsi, e troppo vicina
per non bruciarsi. Viterbo medievale, austera e grigia di pietra
vulcanica, detta peperino. Lontana dai toni gialli e caldi del
travertino romano. Nel 1257 Papa Alessandro IV, assediato dai
veleni del popolo e della borghesia romana, trasferisce la sede
papale a Viterbo. La curia pontificia rimane in Tuscia per più di
vent’anni. Finchè papa Martino IV, appena eletto decide di
abbandonare Viterbo, nauseato dalle pesanti intrusioni dei potenti
viterbesi nel conclave. Conclave che, come formula, nasce proprio
a Viterbo, nel 1268. I cardinali, riuniti nel palazzo papale, non
trovavano l’accordo sul nuovo pontefice. I Viterbesi, esasperati, li misero
sotto chiave per 1006 giorni. Per incoraggiare i porporati gli
razionarono anche il cibo, scoperchiando buona parte del tetto del
palazzo. Preso atto dell’efficacia del metodo, il papa eletto,
Gregorio X, trasformò il conclave in regola. Nel
millenovecentocinquantatré, gli esterni di Viterbo diventano, per
Fellini, una Rimini inventata, un luogo della memoria, teatro delle
vicende dei suoi Vitelloni. Scoperta per caso, Viterbo gli era
sembrato un deja vu. I negozi che espongono in vetrina oggetti
che non si trovano più in città, quell’aperto oziare che non è mai
vuoto, sempre pieno di echi dolcissimi, quel senso della città
antichissima, borghese e aristocratica, così misteriosamente
italiana. Le campane che battono come risuonassero dentro casa:
angoscia, ma anche dolcezza: come se mi mescolassero più
intimamente a tutti gli echi che mi porto dentro. E le fontane:
zampilli leonini e rovesci iridescenti, Eco d’una vita sempre uguale a
sé, nell’eterna notte della provincia.
Trovo rifugio nella quiete sospesa, monastica di Civita di Bagno Regio.

“La fiaba del paese che muore – del paese che sta attaccato alla vita in mezzo a un coro lunare di calanchi silenziosi e splendenti, e ha dietro le spalle la catena dei monti azzurri dell’Umbria – durerà ancora”

Così diceva il grande letterato Bonaventura Tecchi. Era di queste parti ed è stato buon profeta. Il paese gode di ottima salute

Nella guerra immaginata dal cinema Civita diventa Montegreco, paesino al confine tra Grecia e Albania, nell’estate del 43. Teatro dell’unica concessione al turpiloquio di Totò, qui nei panni di un eroico colonnello italiano

La Tuscia offre momenti conviviali, ma anche meravigliosi luoghi di meditazione solitaria. Come Villa Lante, a Bagnaia, con le sue geometrie manieriste e le sue fontane meravigliose.

Ma il sedicesimo secolo non fu tutto compostezza architettonica. Non lontano da qui, mi aspetta il mistero di Bomarzo

Vicino Orsini era aristocratico, combattente, colto. Cresce a Venezia, centro culturale effervescente. A vent’anni gli chiedono di tornare a Roma. Ma la corte è la morte, dice. Preferisce imboscarsi tra le conifere di Bomarzo, e dare forma al suo sogno di pietra, nel cuore del Lazio, luogo saturnino della latitanza

Late biosas, vivendo nasconditi, questo gli ha insegnato l’epicureismo.

Costruisce qui il suo grande gioco esistenziale, ispirandosi all’idea del teatro concepita dal filosofo Giulio Camillo. Nel 1600 si affermano le nuove idee di Francis Bacon. L’uomo non ha più bisogno di una mappa che lo guidi nel mondo. Vuole scoprire, per esperienza diretta, elementi sempre nuovi. Comincia la modernità: le figure di Bomarzo tornano ad essere mute creature di basalto, sommerse dalla vegetazione

C’è voluto il novecento, il surrealismo, e la crisi della modernità, perché i mostri di Bomarzo si rianimassero. Tornando a sussurrarci che forse riattraversiamo sempre la stessa vita, in un tempo spiraliforme. Usando il libero arbitrio, possiamo ricombinare gli stessi cristalli elementari, come in un caleidoscopio. Provando a liberarci dall’ossessione illusoria per il nuovo

A Chia, nel 1964 Pasolini girò la sequenza del Battesimo di Cristo, ne Il vangelo secondo Matteo.

A pochi metri dal corso d’acqua, mi appare una figura cristologica, in vena di rivelazioni

Pasolini, girando il suo Vangelo si innamorò di della torre duecentesca di Chia, che incombe sul torrente.

Si mise in testa di comprarla. Lo percepiva come un luogo spirituale, pieno di arcaica malinconia. Curiosamente, nel 1966, la torre ospiterà l’unica scena piena di pietas dell’armata Brancaleone. Monicelli, in pieno boom, ambientò il suo film medievale in Tuscia, perché gli ricordava la sua Toscana, ma senza l’invasività delle fabbriche

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