La selva del Lamone

 


Una macchia ostile, fatta di sassi e di rovi, di sconfinate distese alberate, difficili da attraversare senza seguire i sentieri, dove chi non conosce profondamente 1 luoghi inevitabilmente si perde. “Entrammo poi in una foresta tale, che ci smarrimmo”, scriveva nel 1537 Annibal Caro, ed un secolo dopo, nel 1630, Benedetto Zucchi gli faceva eco, confermando i rischi che si potevano correre in un bosco dove “…se uno vi entra…con difficoltà vi può trovare la strada d’aver da uscire”. Questa selva, spesso dipinta dalla letteratura con contorni mitici ed inquietanti luogo comune tramandato da tradizioni tanto vecchie quanto al limite della superstizione, è in realtà uno dei luoghi più suggestivi e più intatti tra quanti se ne possano visitare nell’Alto Lazio. La porzione di questo immenso bosco compresa nel comune di Farnese è stata inserita nel 1994 nel sistema delle aree protette del Lazio. Nasce così la Riserva Naturale Selva del Lamone che, estesa per circa 1800 ettari, è destinata al corretto uso ed alla valorizzazione del territorio e delle sue risorse naturali. Incerta è l’origine del nome: “Amone” o “Ammone” nel XVI secolo, ma già “Lamone” nel secolo seguente, un termine altrimenti ignoto che, a dire di certo Luca Ceccarini, ottocentesco avvocato di Farnese, si sarebbe trattato di una deformazione per “Lavone”, alludendo alla natura vulcanica del suolo da cui ha avuto origine la selva, costituito dai resti di un’immensa colata lavica. Ma ci piace pensare che il nome del Lamone, attorno al quale si sono accavallati nei secoli misteri e leggende, trasformandone gli alberi in giganti, gli animali in mostri ed ì sassi in enormi macigni, sia nato proprio da quello del grande dio Ammone, padre di tutti gli dei tebani che, dispensatore di grandi ricchezze in Egitto, fu il solo in grado di trasformare una sterile distesa di sassi in una selva ricca e lussureggiante. Ammone > L’Ammone > Lamone: una discendenza sinonimo di ricchezza. Difatti, nonostante la fama di luogo aspro ed impenetrabile che la letteratura gli ha assegnato, il bosco del Lamone ha costituito per molti una sicura ed inesauribile fonte di guadagno, fornendo i mezzi di sostentamento non solo ai briganti che, nel corso del XIX secolo, vi avevano stabilito la loro dimora ed il loro teatro d’azione, come ì famosi Tiburzi e Biagini, ma anche a ben più onesti lavoratori: pastori, contadini, cacciatori, boscaioli, carbonai. I pastori, un tempo certo più numerosi di oggi, guidano ancora lungo i sentieri della macchia piccole greggi di capre, che trovano ricco nutrimento nel fitto sottobosco, dando un latte dal sapore unico, con cui vengono prodotti formaggi sublimi. E al pascolo sono ancora condotti anche i maiali che, nutrendosi soprattutto delle ghiande prodotte da una grande varietà di querce, crescono sodi ed asciutti, fornendo carni prelibate. Piccoli appezzamenti di terreno strappato alla macchia erano messi a coltivazione dai contadini che, come 1 pastori, vivevano in piccole e rustiche capanne.

Una volta una delle attività più praticate nel Lamone era la caccia, rivolta a tutte le specie animali commestibili e, forse, anche a quelle che oggi nessuno più oserebbe assaggiare, tanta era l’indigenza. L’animale più ricercato, allora come adesso, era il cinghiale. Ma molti erano costretti a diventare cacciatori di frodo, per combattere la fame e la povertà, come quei due che, sorpresi dai Carabinieri nei dintorni di Ischia di Castro nel 1877, riuscirono ad evitare l’arresto e la galera, indicando il luogo in cui si nascondeva il brigante Biscarim con la sua banda.

L’unica ricchezza concessa a tutti era la legna, che per moltissimo tempo è stata il solo combustibile a disposizione per cucinare e per scaldare la casa. Schiere di boscaioli erano continuamente al lavoro nelle macchie destinate al taglio periodico ed ogni famiglia di Farnese aveva diritto al “legnatico”, un uso civico che è tuttora in vigore e che dà diritto alla fornitura gratuita di un certo quantitativo di legna da ardere.

Un mestiere ormai da tempo abbandonato, il più difficile e complesso tra tutti, era quello del carbonaio, praticato soprattutto tra il XVIII e la prima metà del XX secolo da lavoratori stagionali che venivano appositamente dal circondario di Arezzo; costruivano le loro capanne con legno e sassi, le coprivano con frasche e zolle di terra, aprivano nuovi sentieri per muoversi nella macchia e, quindi, creavano piccole piazzole di terra su cui costruivano le complesse strutture delle carbonaie.

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